Nel cuore dell'Himalaya

A unire Oriente e Occidente adesso c’è Porta Maraini

A unire Oriente e Occidente adesso c’è Porta Maraini
15 Luglio 2014 ore 13:05

C’è un luogo fra le tegole del tetto del mondo, situato ai piedi di due delle montagne più significative dell’intero complesso dell’Himalaya, il Pandim (6691 metri) e il Kanchenzonga (8586 metri), che d’ora in poi verrà chiamato “Porta Maraini”, in onore del poeta e alpinista italiano scomparso nel 2004. Porta Maraini, “Fosco-a La” in tibetano, si trova a 5520 metri, nel cuore estremo dell’Himalaya orientale, e viene poeticamente indicata come il punto di passaggio fra l’Occidente e l’Oriente, vista anche la struttura molto simile ad una vera e propria porta, da cui deriva il nome.

 

 

Dove si trova di preciso. Porta Maraini collega il ghiacciaio Talung e il ghiacciaio Tonghsiong; è preceduta da un grande nevaio sulla sponda orientale del Tonghsiong Glacier, difesa da un curioso ed invisibile anfiteatro generato da un collasso glaciale. Ottocento metri a picco sotto di essa, si erge solitario il rifugio-eremo dedicato a Guru Rinpoche, il veneratissimo fondatore del Buddismo tantrico e tibetano e al quale si addebita il nome della montagna sacra Kanchenzonga. La decisione di attribuire il nome di un luogo per certi versi addirittura sacro per i tibetani a Maraini carica di ulteriore significato la figura di quest’uomo, che ebbe un profondissimo legame con queste terre.

Chi era Fosco Maraini. Fosco Maraini fu etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta. Di origini fiorentine, la passione per l’Oriente era nata in lui fin dall’età giovanile, tanto che a soli 22 anni decise di imbarcarsi sulla celeberrima Amerigo Vespucci in qualità di insegnante di inglese, approfittando dell’occasione per effettuare una prima visita in quei luoghi che tanto l’affascinavano: le coste nord-orientali dell’Africa e l’Anatolia. Pochi anni dopo, il primo contatto con le montagne tibetane: al seguito di Giuseppe Tucci, esploratore maceratese e all’epoca considerato il più grande tibetologo del mondo, si immerse in qualità di antropologo in un lungo viaggio nei pressi delle cime più alte della Terra, rimanendone definitivamente e irreversibilmente conquistato.

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Maraini e l’Oriente. Prima della seconda guerra mondiale, Maraini decise di abbracciare del tutto l’Oriente, trasferendosi in Giappone, dapprima a Sapporo, e poi a Kyoto, come lettore di lingua italiana per la celebre università locale. L’8 settembre 1943 si trovava a Tokyo e rifiutò, assieme alla moglie Topazia, di aderire alla Repubblica di Salò. Venne quindi internato in un campo di concentramento a Nagoya con tutta la sua famiglia. Durante la prigionia compì un gesto d’alto significato simbolico per la cultura giapponese: alla presenza dei comandanti del campo di concentramento si tagliò il mignolo della mano sinistra con una scure; nella cultura nipponica, era assimilabile ad un atto di resa. Non ottenne la libertà, ma una capretta ed un orticello permisero alla famiglia Maraini di sopravvivere. Finita la guerra tornò in Italia, per poi ripartire pressoché subito alla volta nuovamente del Tibet, di Gerusalemme, Giappone e Corea.

Da qui in poi dedicò la sua vita esclusivamente allo studio e alla scoperta sempre più approfondita dell’Oriente: fu apprezzatissimo fotografo delle catene del Karakorum e dell’Hindu Kush, nell’Himalaya; ottenne un posto di ricercatore presso le università di Sapporo e Kyoto e, soprattutto, fra le fila del Club Alpino Italiano, effettuò numerose spedizione sulle montagne del Tibet e delle zone circostanti. In particolare, fece parte della spedizione del 1958 al Gasherbrum IV (7980 metri, nel Karakorum, Pakistan), guidata da Riccardo Cassin, e quella del 1959 organizzata dalla sezione di Roma del CAI al Saraghrar Peak (7350 metri, nell’Hindu Kush, Pakistan), guidata da Franco Alletto e Paolo Consiglio. Su entrambe le spedizioni scrisse un libro: Gasherbrum 4, Baltoro, Karakorum e Paropamiso.

Il significato della Porta. La profonda dedizione e il continuo interesse nei confronti di questi luoghi tanto affascinanti, insieme alla notorietà che il suo nome e le sue opere raggiunsero nel mondo, hanno fatto di Maraini uno dei più grandi fautori novecenteschi dell’incontro fra cultura occidentale ed orientale; si potrebbe dire che abbia creato un ponte fra questi due mondi tanto diversi. O, per meglio dire, che abbia spalancato una “Porta” per metterli in rapporto. Difficilmente una dedica potrebbe essere più azzeccata.

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