in Alta Val Brembana

Un'opera inedita di Zeno Donise scoperta nella chiesa di Roncobello

Un'opera inedita di Zeno Donise scoperta nella chiesa di Roncobello
Personaggi 28 Agosto 2018 ore 09:49

Zeno Donise fu certamente uno dei meno conosciuti discepoli dell’ultimo dei Brusasorzi, Felice. Solo recentemente si è potuto ricostruire il suo curriculum vitae: Zeno nasce verso il 1574 a Verona nella contrada San Giorgio o in quella di Santo Stefano; è ricordato già orfano di padre nel testamento del 1576 del nonno paterno Domenico, abitante nella contrada di San Giorgio. Nel testamento sono nominati anche i suoi tutori; tra questi era il maestro vetraio Antonio Bardolino nella cui casa, vicino a San Nicolò, il pittore si trasferì, e che doveva essere comunque un parente, dato che nei documenti il Donise è sempre indicato come suo nipote. La madre invece risulta a quel momento già risposata e trasferita nella casa del nuovo marito. Nel 1583, secondo l'anagrafe della contrada di San Nicolò, il Donise risulta appunto vivere con il tutore, lo stesso nell'estimo del 1595. Quasi coetaneo di Alessandro Turchi detto l’Orbetto  e Pasqualino Ottino con loro frequenta la bottega di Felice Brusasorzi, allora la più prestigiosa scuola di pittura veronese.

Nel 1603 l'anagrafe lo registra con la qualifica di pitor in casa di Antonio Bardolino: Zeno era sposato con Orsola de Mucji e padre di una figlia, Margherita, nata verso il 1598-1599. Nel 1604 nasce il figlio Giacomo, che muore subito dopo; nel 1605 l’artista è ricordato in un nuovo estimo di San Nicolò; nel 1608 nasce il figlio Dionisio: negli atti di battesimo di Giacomo e Dionisio sono presenti illustri rappresentanti della nobile famiglia dei conti Giusti di Santa Maria in Organo, probabili committenti del pittore.

 

 

Tre anni dopo, Il 25 giugno del 1611, Zeno Donise, gravemente ammalato, detta il proprio testamento: oltre a ricordare i parenti, l'artista nomina un suo allievo, al quale lascia i propri arnesi professionali, Giovanni Battista Pellizzari, pittore veronese noto per la sua attività a Rovigo e Padova e di cui fin qui non si sapeva nulla a proposito della formazione pittorica. Non si sa con certezza se il Donise muore subito dopo, in ogni caso l'estimo del 1616 dichiara vedova sua moglie Orsola, che con i figli vive ancora in casa di Antonio Bardolino a San Nicolò. In tutti questi documenti il pittore è sempre indicato come "Zeno Donisi" o "Donise" oppure "Dionisi", tuttavia egli è noto alla letteratura veronese anche come "Zeno Donati" o "Donato". Non si tratta però di un errore perché egli stesso usava in qualche caso firmarsi in questo modo.

Le opere. Per quanto riguarda le opere certe dell’artista fino agli anni Ottanta la storiografia ne indicava solo tre: la prima è una pala conservata ora nella sagrestia della Chiesa parrocchiale di Poiano di Valpantena (ora frazione di Verona), la seconda si trovava nell’abside della chiesa parrocchiale di Povegliano (Treviso). Nella Parrocchiale di Bionde di Visegna (Verona) la terza: la Discesa dello Spirito Santo. Nella stessa parrocchiale negli anni Novanta è stata attribuita al Donise  una quarta tela: La gloria di Tutti i Santi con incoronazione della Vergine.

Segnalate  alla fine degli anni Ottanta da Sergio Marinelli abbiamo altre tre opere, cioè la Deposizione di Cristo già nell'oratorio del Cristo presso San Giorgio (tela, pare, databile al 1590) e la Santa Caterina da Siena già nella chiesa omonima, entrambe oggi al Museo di Castelvecchio, nonché l'Ultima cena (firmata e datata 1608) nella parrocchiale di Rivoltella (Desenzano del Garda).

 

 

La tela di Roncobello. Solo recentemente, grazie all’intervento di restauro di Antonio Zaccaria, possiamo aggiungere un’altra opera all’esiguo catalogo di Zeno Donise. Sopra la bussola, in controfacciata, della Chiesa parrocchiale di Roncobello, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, troviamo un dipinto: La Madonna con il Bambino, San Sebastiano, San Rocco, San Marco e donatore. Datata tra il Sei e il Settecento dal Pinetti, la tela è certamente precedente e da collocarsi tra il 1605 e il 1610.

Erroneamente attribuita a Girolamo Griffoni, pittore locale orbitante nella cerchia di Gianpaolo Cavagna, sulla base di improbabili confronti stilistici con le sue due sole opere firmate. In realtà l’opera di Roncobello molto si distacca da quelle note del Griffoni mentre è evidente l’influsso dei pittori del Seicento veronese nella vivida ambientazione paesaggistica, nella ricchezza cromatica, nella luce che esalta fortemente le tinte. Finora nessuno aveva considerato l’iscrizione in basso a destra (non coperta dalla cornice a stucco, ma lacerata e quindi di difficile lettura in loco): si legge chiaramente ZEN DONISE cui forse seguiva una data ora persa perché la tela è in quell’angolo danneggiata.

 

 

Molto vicina alla Incoronazione della Vergine di Bionde: ritroviamo la stessa, tersa, levigatezza dei volti, il modo di trattare le capigliature, la sericità delle vesti giocata ora su toni pastello ravvivati da tocchi cangianti ora su un colorismo più acceso come nella tunica di San Rocco in primo piano a destra. Il Donise combina qui ricordi veronesiani con l’evidente influenza del Brusasorzi (ma con un colorismo più acceso e un più accentuato naturalismo di forme) mentre nelle figure degli angioletti per l’intensità del cromatismo e dei gesti sembra riecheggiare Rubens. L’opera è notevole, sia per la felice riuscita compositiva, sia per gli interessanti spunti luministici e, per la sua qualità, sembra convalidare i positivi giudizi della storiografia antica sul pittore. Anche in questo caso si coglie quel concludersi dei modi in una rassicurante espressione di occhio in occhio nell’instaurarsi di uno stretto colloquio con lo spettatore evidente soprattutto in San Rocco.

Una serie di particolari risultano di difficile interpretazione: San Marco rivolge chiaramente lo sguardo a colui che è con tutta probabilità il donatore (Marco?) come di consueto in ginocchio da un lato, nel primo piano dell'immagine. È vestito di nero con colletto a  gorgiera pieghettato. Chi poteva essere l’ignoto donatore? E quali erano i legami tra Roncobello e Verona? Sappiamo, grazie alle puntuali ricerche di Gabriele Medolago, che i  rapporti fra l’Alta Valle Brembana e Verona nel periodo fra XVI e XVII secolo erano abbastanza frequenti.

 

 

I Donati a Verona. Fin dal Quattrocento secolo sono documentate persone di questa zona abitanti a Verona o che con quella città avevano affari. Basterà ricordare alcuni esempi relativi ai paesi adiacenti a Roncobello. Nel 1442 si ha notizia di gente di Piazzolo che aveva affari di pannilana a Verona. Nel 1524 un Beltramelli di Moio abitava a Verona. Nel 1564 Pompeo Ruffinoni di Bordogna (oggi frazione del Comune di Roncobello) abitava a Verona e aveva affari di ferro a Lenna. Nel 1616 è menzionato un Donati di Lenna abitante a Verona che aveva affari di ferro. Rodomonte Donati, aromatario a Verona abitante in contrada San Paolo, morì prima del 1628 e fece un lascito per la chiesa di San Martino oltre la Goggia in alta val Brembana. E qui azzardiamo un’ipotesi non suffragabile allo stato attuale delle ricerche, ma ricordiamo che il nostro artista è pure noto come “Zeno Donati” o secondo lo storico veronese Bartolomeo  Dal Pozzo “Zeno Donato da alcuni detto Donise”, che ci sia un qualche legame coi Donati della Valle stabilitisi a Verona? Aggiungiamo che, come detto, la tela dedicata a san Martino di Tours (Miracolo di s. Martino che resuscita un defunto) a Povegliano è firmata: “Zenonis Donati opus”.

Tornando alle ricerche di Medolago si parla di persone abitanti a Verona, e provenienti dall’Alta Valle Brembana che praticavano in “affari di ferro e pannilana”. La molteplice presenza di miniere nella zona (Val Torta, San Simone, Foppolo e Carona) e la presenza di torrenti la cui acqua era usata come forza motrice per far funzionare i magli nelle fucine furono elementi fondamentali per la nascita dell’attività siderurgica nell’Alta Valle Brembana. Le maestranze dell’Alta Valle erano ricercate per la costruzione degli altoforni e di fucine grosse per la produzione di semilavorati di ferro e di acciaio. Quest’area era dunque un bacino di artigiani specializzati a cui privati, ma anche governi, potevano attingere per impiantare attività siderurgiche.

 

 

L’altra attività di cui parlano le fonti archivistiche riguarda la produzione e il commercio di pannilana: sin dal XII secolo il territorio bergamasco conobbe un momento di intenso sviluppo nel settore laniero, conformemente a quanto avveniva in altre zone della Lombardia. Panni lana bergamaschi, di qualità medio bassa, erano largamente commercializzati anche al di fuori del distretto orobico e spesso imitati tanto che nel corso del Duecento il termine “pannus Pergamensis” indicava una specifica qualità di tessuto indipendentemente dalla località d provenienza

Gli animali nell'opera. Tornando alla pala di Roncobello un altro enigma risulta di difficile soluzione. Tra San Marco e San Sebastiano troviamo in secondo piano alcuni animali: un capriolo (piccolo cervide che si riconosce subito per le corna piccole con tre punte), una capra (la  “capra della Valgerola”, ribattezzata di recente "Capra Orobica"?) e un paio d’altri animali simili. L’artista sembra in qualche modo riprendere la fauna tipica della Valle, con l’intenzione, sua o del committente, di ambientare la scena proprio in quella zona cui l’opera era destinata. Altri animali che popolano il primo piano sono di facile spiegazione: il cane che accompagna, come da tradizione iconografica, san Rocco, il leone simbolo iconico di San Marco e, al centro, l’agnello simbolo del sacrificio ma pure di umiltà, innocenza e purezza.

 

La pala di cui si dà qui notizia in anteprima è oggetto di un saggio che sarà pubblicato sul prossimo numero di «Arte Documento», Rivista e Collezione di Storia e tutela dei Beni Culturali fondata da Giuseppe Maria Pilo, che ne è il Direttore, nel 1987 per iniziativa della cattedra di Storia dell'Arte moderna dell'Università degli Studi di Udine e continuata dal 1994 per cura della cattedra di Storia dell'Arte moderna dell'Università Ca' Foscari di Venezia.