E ora punta ai social

L’uomo che per dieci anni s’è fatto beffa del giornalismo

L’uomo che per dieci anni s’è fatto beffa del giornalismo
Personaggi 08 Novembre 2014 ore 13:33

Tommaso Debenedetti ha 45 anni, insegna in una scuola pubblica di Roma, è sposato e ha due figli. Suo padre è Antonio Debenedetti, il noto scrittore, giornalista, poeta e critico letterario; suo nonno era Giacomo Debenedetti, apprezzato intellettuale italiano, scrittore, saggista e critico. Insomma, Tommaso è un uomo che ha avuto la fortuna di poter crescere in una famiglia in cui la cultura e la scrittura rappresentavano qualcosa di più di un semplice passatempo. Eppure, tra i tre Debenedetti, non fatichiamo a dire che il più famoso è certamente il terzo. Di Tommaso, seppur a differenza di padre e nonno sia solamente un insegnante, hanno parlato The New Yorker, The New York Times, El Pais, El Mundo e, recentemente, Business Insider. Il motivo? Tommaso Debenedetti è internazionalmente riconosciuto come il maestro della bugia, l’uomo che s’è fatto beffa dell’intero sistema giornalistico italiano per 10 anni e che ora fa traballare l’informazione via web.

 

Tommaso De Benedetti

 

Intervistatore (mistificatore) seriale. Di Tommaso non si sa molto, se non quello che ha raccontato lui stesso nel giugno 2010 al noto quotidiano iberico El Pais, in una lunga intervista. Non sappiamo se tutte le sue dichiarazioni fossero vere (dato il personaggio), ma non possiamo fare altro che credergli. Debenedetti ha studiato letteratura e storia italiana e subito dopo ha iniziato a scrivere come giornalista freelance. Nel 1994 si specializza nella letteratura, con recensioni e interviste a scrittori. Il suo desiderio era di affiancare l’insegnamento al lavoro di redattore culturale, ma capì ben presto che non c’era spazio per la sua visione del mestiere. Così decise di cambiare approccio: offrire ai giornali ciò che loro volevano, ovvero lo scoop, il colpo grosso. Iniziò la sua carriera di mistificatore. Perché arrabattarsi a ottenere interviste o scrivere recensioni quando poteva far dire a personaggi di spicco della letteratura internazionale ciò che i giornali chiedevano? Nel 2000 inventò la sua prima intervista, nel caso a Gore Vidal, scrittore e saggista americano. «Era accessibile, aveva da poco presentato il suo ultimo libro in Italia e aveva vissuto a Ravello» dichiarò Debenedetti a El Pais. Fu l’inizio della sua carriera da intervistatore (mistificatore) seriale.

Un metodo infallibile. Naturalmente Debenedetti non era uno sprovveduto, sapeva che i grandi giornali avrebbero potuto, senza problemi, verificare i suoi articoli. Lo stesso, invece, non valeva per i quotidiani locali, medio-piccoli. Debenedetti iniziò quindi a vendere i propri lavori a questi: La Nazione di Firenze, Il Giorno di Milano o Il Resto del Carlino (presente in varie province). Non pagavano molto, ma non controllavano mai la veridicità dell’intervista e delle informazioni contenute: per loro era già un colpaccio poter pubblicare un’esclusiva. A Debenedetti, del resto, non interessava (così dice) il denaro. Il suo intento era prendersi beffa del giornalismo italiano, interessato, più che alla profondità, alla superficialità, alla spettacolarità. Così di giorno era un normale insegnante e la sera, nella tranquillità della sua casa, poteva parlare con grandi maestri della letteratura. Di media veniva pagato 30 euro a pezzo. Le sue esclusive spesso ottenevano risalto anche internazionale: nel 2003 “intervistò” lo scrittore egiziano Naguib Mahfuz e l’articolo fu ripreso da molti quotidiani francesi, mentre il suo dialogo (immaginario) con Banana Yoshimoto appassionò milioni di fans della giapponese in giro per il mondo. Prima di iniziare a scrivere una falsa intervista, faceva un minuzioso lavoro di preparazione: leggeva i libri, vere interviste dei personaggi, studiava il loro linguaggio, e poi lo riproponeva nei suoi pezzi.

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Alzare il tiro. Debenedetti non nega che ritrovare i suoi pezzi di fantasia sui giornali fosse anche una carezza al suo lato più narciso e vanitoso. Probabilmente anche per questo, a metà anni 2000, decise di alzare un po’ il tiro. Non più solo scrittori di nicchia o poco conosciuti, ma anche grandissimi autori di bestseller e politici di spicco, come Gorbaciov. Prima che fosse eletto Papa, “intervistò” addirittura l’allora Cardinale Ratzinger, con l’Avvenire che andò in brodo di giuggiole per quel pezzo. Nel 2006 rischiò di essere scoperto, quando, dopo una sua falsa intervista a John Le Carrè ripresa anche dal Corriere della Sera e importanti quotidiani anglosassoni, lo scrittore si prodigò a smentire ogni parola riportata al The Guardian. Ma nessuno, o quasi, se ne accorse, almeno in Italia. Debenedetti si specializzò soprattutto nelle interviste «di destra», come le definisce lui stesso, ovvero interviste che piacevano particolarmente alla stampa vicina a Berlusconi, talmente presa a lisciare il pelo “al padrone” da non preoccuparsi di altro. Fu così che, nel novembre 2009, arrivò la falsa intervista a Philip Roth per Libero che mise fine alla sua carriera, almeno su carta stampata.

Chiusa una porta, si apre un portone. Philip Roth fu uno dei sostenitori della prima ora di Barack Obama. Proprio per questo motivo Debenedetti si divertì a inventare un’intervista con lo scrittore in cui Roth criticava apertamente il presidente degli Stati Uniti e la propose poi, con coscienza, a Libero, che, naturalmente, non ci pensò due volte a dare grande risalto all’articolo. Pochi mesi dopo, nel febbraio 2010, durante un’intervista (stavolta vera) allo stesso Roth, la giornalista Paola Zanuttini gli chiese conferma delle opinioni su Obama: Roth cadde dal pero. Non sapeva assolutamente nulla di quell’intervista e negò ogni affermazione. La smentita ebbe grande risalto, soprattutto perché andava contro un quotidiano nazionale molto diffuso e conosciuto come Libero. Si interessò particolarmente del caso la giornalista del New Yorker Judith Thurman, che iniziò a indagare su Debenedetti. Vennero a galla le oltre 60 interviste che aveva venduto a quotidiani italiani ma l’insegnante, inizialmente, negò di essere un mistificatore. I primi a strappargli una mezza confessione sono stati quelli de Il Fatto Quotidiano: lo mettono alle strette, lui divaga, accenna ma non ammette, critica il sistema giornalistico italiano, ma non cede. La vera confessione arriva poco dopo, nel giugno 2010, quando al giornalista spagnolo Miguel Mora, per El Pais, vuota il sacco. Dichiarò di averlo fatto per dimostrare al mondo intero la superficialità dei media italiani e la loro profonda ipocrisia.

Nel frattempo, però, nell’arco di quel decennio di “successi”, il mondo dell’informazione internazionale era cambiata: i quotidiani sono entrati in crisi mentre fiorivano, in ogni angolo del web, nuovi siti, blog, dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce e dove il tempo conta molto di più della veridicità. Un manna dal cielo per Debenedetti, che dopo essere stato smascherato dalla carta stampata si buttò, anima e corpo, nel fantastico mondo di internet.

Tra email e Twitter. Dopo essere stato scoperto (Grisham, altro falso intervistato da Debenedetti, dichiarò che i pezzi del falso giornalista «non erano affatto dei cattivi pezzi di narrativa»), l’insegnante non ci mise molto a trovarsi un nuovo passatempo: nel 2011 scrisse una mail al New York Times fingendosi Umberto Eco. Al grande scrittore, Debenedetti faceva criticare apertamente la guerra in Libia. Il quotidiano americano, senza preoccuparsi della veridicità della missiva virtuale, la pubblicò, per poi ricevere una telefonata di Debenedetti in persona che gli comunicò, divertito, di essere lui il vero mittente. Ma il suo nuovo habitat è Twitter: come spiegò lui stesso in un’intervista al The Guardian del 2012, «funziona bene per le notizie false perché i social media sono la fonte di informazione meno verificabile del mondo, ma i news media ci credono per il loro bisogno di rapidità nelle informazioni». Basta poco per creare un falso profilo credibile: una buona foto, una bio che sia plausibile e conquistarsi un giro di followers di alto livello, composto da giornalisti, testate internazionali e personalità di spicco.

 

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Il grafico mostra l’andamento del prezzo del petrolio greggio nell’istante in cui Debenedetti diede la falsa notizia della morte di Assad.

 

Nacquero così un falso profilo di Mario Monti, del primo ministro svedese e di quello danese, del cardinal Tarcisio Bertone, da cui addirittura diffuse la falsa notizia della morte di Benedetto XVI, che fece il giro del web e dei media prima di essere smentita. Ma il suo più grande successo su internet arrivò nell’agosto 2012, quando, attraverso il falso profilo del ministro degli Interni russo, Vladimir Kolokoltsev, diffuse la notizia dell’uccisione del dittatore siriano Bashar Al Assad: nei minuti immediatamente successivi, i mercati mondiali traballarono, con il prezzo del petrolio grezzo che s’impennò per le preoccupazioni sulle instabilità politiche in Siria in seguito alla morte di Assad. Chissà quanto si sarà divertito, quel giorno, Debenedetti, che ora vorrebbe raccontare la sua storia in un libro, magari con una prefazione di Roth. Ancora da capire se quello vero o quello falso.

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