Una storia incredibile

Vatinee, foodblogger dal cuore thai «A Bergamo ho trovato il mio posto»

Vatinee, foodblogger dal cuore thai «A Bergamo ho trovato il mio posto»
01 Dicembre 2017 ore 05:45

«Sono un avvocato, una mamma e una foodwriter felice»: bisogna partire dalla fine, con Vatinee Suvimol. Perché la sua vita è una tale matassa di eventi che per sbrogliarla ci vorrebbe una settimana. Mettiamo un punto, allora: avvocato e socio dello studio legale SGHS Law Firm; foodwriter e foodphotographer per il suo blog A Thai Pianist; autrice del libro La mia storia thai; responsabile del progetto iFood. Thailandese, moglie di Giuliano e madre di Sofia, il 18 novembre ha compiuto 38 anni ed è stata al Salone del Mobile di Bergamo come ospite per uno show cooking. «Mi fa piace re festeggiare il compleanno nella mia città. Ho detto no a un evento per il libro a Bologna per esserci, ci tengo molto».

Come mai?
«Bergamo è più importante per me, qui sono rinata».

E il prima? Da dove partiamo?
(Ride, ndr) «Dall’inizio?».

Che per te è Bangkok.
«Sono nata lì, figlia di una ragazza madre. Uno scandalo: rimase incinta dopo un’avventura di una notte con un uomo di cui nessuno sapeva niente. Io so solo che era un pianista, da qui il nome del mio blog».

È stata un’infanzia difficile?
«Mmm… Quando avevo soltanto sei mesi mia madre incontrò quest’uomo italiano. Si innamorarono e lui la convinse a partire per l’Italia senza di me. Rimasi coi miei nonni. Eravamo poveri. Meno del resto del Paese che moriva di fame, ma comunque poveri. Si mangiava una volta al giorno, mai di più».

 

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È nato così l’amore per il cibo?
«Non sono mai stata una grande cuoca, ma ricordo come il cibo rappresentasse un desiderio, un sogno».

E tua madre?
«Ogni mese mandava dei soldi. Erano una manna. Poi, all’età di sei anni, convinse il mio patrigno a portarmi a Roma. Fu uno choc».

Come mai?
«Praticamente non conoscevo mia madre, men che meno suo marito. Insieme avevano avuto un’altra figlia. Mi trovai improvvisamente lontana dalla mia vita. Ricordo distintamente il freddo che provavo».

Avevi freddo a Roma?
(Ride, ndr) «Rispetto alla Thailandia era il Polo Nord».

Capisco lo choc.
«La cosa più dura da sopportare, però, fu rendermi conto che il mio patrigno avrebbe fatto volentieri a meno di me. Mi sono sempre sentita emarginata: non mi ha mai adottata, ero l’unica con un cognome diverso, e nelle foto preferiva non apparissi».

Cosa ti diceva tua mamma?
«Cercava di consolarmi dicendomi che la legge non permetteva al mio patrigno di adottarmi. A dieci anni ho letto il Codice civile e scoprii che non era vero. Intanto però mi innamorai del diritto».

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Com’era cambiata la tua vita?
«Ero passata dalla povertà alla ricchezza. Il mio patrigno faceva il diplomatico bancario, eravamo sempre in giro. A Roma vissi soltanto sei mesi, giusto il tempo di imparare l’italiano. Poi Singapore, Germania, Francia… Il vantaggio è che ho imparato a parlare cinque lingue».

A che età ti sei fermata?
«Quando ero ragazzina hanno spostato il mio patrigno a Palermo. Furono anni complicati: mi scontravo costantemente con lui, mentre mia madre, ormai la tipica borghese che stava a casa tutto il giorno a fare niente, era caduta in depressione. Iniziai a fare qualche lavoretto per guadagnare un po’, anche perché il mio patrigno era stato chiaro: a 18 anni me ne sarei dovuta andare, non mi avrebbe mantenuta».

Come te la sei cavata?
«Dopo il diploma ho iniziato a lavorare, sempre in nero. Qualcuno mi ricattava anche: o vieni a letto con me o non ti pago. Mi sentivo in gabbia».

Come entra a far parte di questa storia Bergamo?
«Conobbi un ragazzo di Dalmine. La prima cosa che gli chiesi fu: “Com’è la situazione lavorativa a Bergamo?”. Mi guardò stranito poveretto (ride, ndr). Mi rispose che le cose andavano bene. E così partii».

Come cambiarono le cose?
«Arrivai a Bergamo in agosto con la ferma volontà di costruirmi una nuova vita. Mandai in giro dei curriculum e, in pochissimo tempo, iniziarono ad arrivarmi offerte. Non ci potevo credere, ero felicissima».

Quale fu il primo lavoro?
«Il primo colloquio lo feci per un’azienda chimica. Cercavano una portinaia che parlasse inglese. Il capo volle mettermi alla prova e rimase stupito dalla mia conoscenza della lingua. Tanto che mi disse che ero sprecata per quel ruolo. Io, disperata, lo imploravo di assumermi. E lui mi disse una frase a cui, allora, non credetti: “Farà grandi cose, sentirò parlare di lei”».

Ci ha preso.
«Me la sono cavata».

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Quando hai conosciuto tuo marito?
«Ho conosciuto Giuliano nell’azienda in cui ho iniziato a lavorare subito dopo. Lui è il tipico bergamasco: serio e timido. Eppure mi prese a cuore e io mi innamorai. Fu lui a spingermi a riprendere a studiare. Mi iscrissi a Giurisprudenza. Nel 2006 mi sono laureata, un orgoglio incredibile. A quel punto, sempre su spinta di Giuliano, decisi di inseguire il mio sogno di diventare avvocato e ho iniziato la pratica. Nel 2012, ho passato l’esame di Stato e sono diventata la prima avvocato thailandese d’Italia»

E il blog invece?
«Nel 2009 è nata Sofia e in quel momento tornarono a galla tutte le questioni irrisolte del mio passato. Siccome mi è sempre piaciuto scrivere, pensai di aprire un blog. Scrivevo per me, ma iniziarono a leggermi sempre più persone, tanto che la cosa arrivò alla mia famiglia. Qualcuno mi accusò di mettere in pubblica piazza affari privati. Per evitare nuovi litigi, deviai: basta storie personali, solo richiami alla mia infanzia in Thailandia, molti legati al cibo».

Nasce Vatinee foodblogger.
«Iniziai a ricevere sempre più mail di persone che mi chiedevano consigli su ricette, ingredienti. Era un modo per raccontare la mia vita senza dare fastidio a nessuno. Poi, siccome sono sempre stata una perfezionista, volevo che ogni ricetta avesse anche a una bella foto e proprio le immagini sono diventate la forza del blog, che si è trasformato in un punto di riferimento per tantissimi appassionati di cucina. Ho stretto amicizia con altre foodblogger e abbiamo creato una community che si è poi evoluta in iFood, il progetto editoriale di cui sono responsabile. Oggi collaboriamo con diversi marchi, partecipiamo a numerosi eventi e diamo lavoro a tante persone».

E tu ne sei la star.
(Ride, ndr) «No no, sono solo la responsabile. Però, grazie a iFood, ho scritto un libro e collaboro con il Tg5 e La prova del cuoco su Rai1».

 

 

Anche grazie a Bergamo.
«Nessuna città è bella come Bergamo ai miei occhi. È la mia oasi. Qui ho trovato tutto quello che non ho mai avuto».

Come una famiglia?
«Mio marito, mia figlia e i miei suoceri. La madre di Giuliano mi è sempre stata vicina. E poi è bravissima in cucina, le rubo un sacco di idee! Mi dispiace solo non essere ancora riuscita a farle mangiare thailandese. Proprio non vuole, come Sofia».

Tua figlia non mangia thai?
«Zero, è proprio bergamasca. Ma è una cosa di cui sono contenta».

Perché?
«Perché siete dotati di una bontà unica. E siete fedeli».

C’è un luogo di Bergamo che ti è particolarmente caro?
«Sì, la chiesa delle Grazie, in Porta Nuova. Una mattina, un paio di mesi dopo essere arrivata, mentre attendevo l’autobus decisi di entrarci. Non sono mai stata particolarmente credente, ma quel giorno pregai. E, pregando, scoppiai a piangere. Fu… una catarsi, ecco. Sembra incredibile, ma il giorno dopo, al lavoro, parlai per la prima volta con Giuliano e iniziò la mia nuova vita. Dovrei tornare un giorno in quella chiesa, anche solo per ringraziare».

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