La vecchiaia dice la verità (di noi)

05 Marzo 2015 ore 11:05

In versione contemporanea, Papa Francesco, nell’udienza di mercoledì dedicata agli anziani, ha proposto il capitolo 3 del libro della Bibbia chiamato Siracide:

Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita.

Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore.

Poiché la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati.

Nel giorno della tua tribolazione Dio si ricorderà di te; come fa il calore sulla brina, si scioglieranno i tuoi peccati.

Gli anziani non vanno scartati, bisogna visitare gli anziani quando sono ricoverati in qualche centro di assistenza, non bisogna vergognarsi di loro, bisogna trattarli con cura e con affetto.

D’accordo. Sono arrivato ad essere anziano avendo sempre ben presenti i versetti del Siracide. Sono arrivato ad essere anziano odiando, tra gli anziani, quelli che non si sono preparati da giovani ad essere anziani, o meglio: vecchi. Perché la vecchiaia, questo il mio pensiero, è come i sogni: che dicono verità che non si possono contrastare. L’unico modo per contrastarle consiste nel non riconoscerle, ma questo non toglie che rimangano verità.

Quando si diventa vecchi si è quel che si è sempre stati, ma senza più difese da se stessi. Tutti gli insulti che non abbiamo urlato, tutti i giudizi che non abbiamo vomitato, le idee che ci siamo fatti delle persone, i pensieri a proposito di certe vicende familiari e non, le nostre avventure segrete o losche: viene tutto fuori senza che noi ce ne accorgiamo, quando siamo vecchi. Come nel sonno.

Visto che papa Francesco procede per exempla, raccontando episodi, ne voglio raccontare uno anch’io. Alcuni anni fa una vecchia (103 primavere) contadina si lamentò con la figlia di non aver fatto la pipì quel giorno. La figlia – anche lei anziana, più anziana di me oggi, ma sempre una ragazzina nell’immaginario della madre – provò a ricordarle che non era vero. Sottile come la lama di un rasoio la vecchia ribadì la propria (falsa) certezza aggiungendo che aveva capito che la figlia non voleva dirle la verità perché chi non fa la pipì muore e che lei lo sapeva perfettamente che la figlia non aspettava altro che morisse, mentre a lei piaceva rimanere ancora un po’ qui. Quindi, che si mettesse l’animo in pace.

Quel che vorrei dire è che la contadina non era affatto fuori di testa. Era solo indifesa, perché – nonostante i rapporti affettuosi da sempre intercorsi tra lei e la figlia, nonostante quest’ultima si prodigasse da anni con assoluta dedizione nei confronti della genitrice – tutti avevano sempre pensato, senza poterselo confessare, che se la mamma avesse potuto togliersi di torno la figlia (anche in modo cruento) senza turbare il clima familiare, senza venir meno alle regole della buona educazione, senza doversene confessare dal parroco, lo avrebbe fatto. E quando si è vecchi tutto questo accumulo di cose non dette e nemmeno pensate (da svegli) viene fuori di solito in forme che tendono a colpevolizzare gli altri delle intenzioni che non vogliamo riconoscere come nostre. La chiamano identificazione proiettiva. So che mi vuoi ammazzare perché non posso dire a me stessa che avrei voluto ammazzarti dal primo giorno che ti ho vista.

E dunque, caro papa Francesco, i vecchi non bisogna scartarli né trattarli male. Ok. Però bisognerebbe dire ai giovani che vecchi, come saputi, non si nasce ma si diventa. E se non si desidera diventare insopportabili, offensivi senza saperlo, preda di quell’atteggiamento che rende intollerabili i nostri discorsi sempre sottilmente colpevolizzanti, eternamente lamentosi, pronti a rilevare negli altri, nonché una mancanza, perfino la più leggera sfumatura di insufficienza, bene, bisogna allenarsi fin da piccoli ad essere grati agli altri e alla vita.

Altrimenti gli altri faranno peccato ad abbandonarci e a trattarci male, ma noi ce lo saremo meritati. E saremo anche ritenuti colpevoli di averli indotti in tentazione, quei delinquenti dei nostri figli e nipoti.

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