Con «Il desiderio di essere come tutti»,

Un’intervista da non perdere al vincitore del premio Strega

Un’intervista da non perdere al vincitore del premio Strega
04 Luglio 2014 ore 10:31

Lo scrittore Francesco Piccolo si è aggiudicato il Premio Strega 2014 con il libro “Il desiderio di essere come gli altri” (Einaudi), un memoire sulla sinistra italiana, ottenendo 140 voti a favore. Al secondo posto, con sole cinque schede di scarto, Antonio Scurati con “Il padre infedele” (Bompiani). Piccolo era il superfavorito: “Lo dedico a mia moglie Gabriella, la persona che mi sta più vicino, a Starnone (che lo ha presentato al Premio Strega con Paolo Sorrentino), a Caserta e all’Einaudi”, ha detto lo scrittore all’annuncio del premio.  Scurati già nel 2009 aveva vissuto nelle ore dello spoglio una situazione simile, quando perse per un solo voto andato a Tiziano Scarpa. Poco prima dell’annuncio si è alzato dal tavolo Bompiani dove sedeva: “Che stiamo a fare qui?” e se ne è andato.

Terzo, a sorpresa, Antonio Pecoraro con “La vita in tempo di pace” (Ponte alle Grazie) con 60 voti, seguito da Giuseppe Catozzella con “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli), già vincitore della prima edizione del Premio Strega giovani, e ultima Antonella Cilento con “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori).

Francesco Piccolo è nato a Caserta nel 1964. Vive e lavora a Roma e collabora alle pagine culturali del “diario della settimana”. Nel 1993 è stato finalista del Premio Calvino con il romanzo inedito “Diario di uno scrittore senza talento”. Con la casa editrice Minimum fax ha pubblicato nel 1994 “Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori”, tratto da alcune lezioni di creative writing sui metodi di scrittura. Nel 1996 pubblica la raccolta di racconti “Storie di primogeniti e figli unici” per i tipi di Feltrinelli, tradotto in tedesco da Alexander Fest Verlag di Berlino, con il quale ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio Chiara. Sempre per Feltrinelli nel 1998 pubblica il romanzo “E se c’ero, dormivo” seguito, nel 2000, da “Il tempo imperfetto”.

Piccolo, che è anche sceneggiatore (Habemus Papam, Agata e la tempesta, la prima cosa bella, Giorni e nuvole), oltre al più ambito riconoscimento letterario italiano, si è aggiudicato il David Donatello e il Nastro d’Argento per “Il capitale umano” di Paolo Virzì.

Pubblichiamo di seguito un’intervista di Stefania Rossini a Francesco Piccolo apparsa su L’Espresso poco dopo l’uscita de “Il desiderio di essere come tutti”.
Francesco Piccolo ha scritto un romanzo, un’autobiografia e un manifesto di liberazione dai luoghi comuni della sinistra. Lo ha fatto con un solo libro, “Il desiderio di essere come Tutti” (Einaudi), da meno di un mese in libreria e già in sospetto di diventare una pietra miliare di una generazione politica. Quella che oggi ha intorno ai cinquant’anni, che è cresciuta nel mito di Berlinguer, che ha detestato Craxi per principio e che ha avuto la vita adulta dominata dall’insopportabile presenza di Berlusconi.

Forte della sua storia personale di comunista, garantito dalla fama dei suoi lavori più noti, come la sceneggiatura del “Caimano” di Moretti e la collaborazione con Fazio e Saviano in tv, Piccolo si permette di dire esplicitamente quello che molti hanno più volte sospettato: la sinistra, con la convinzione di ritenersi pura, diversa e superiore, e con la presunzione di farsi portabandiera dell’etica, ha condannato se stessa alla sconfitta e si è resa corresponsabile dello stato del Paese.

Una provocazione per gli indignati di professione, resa convincente da una narrazione smaliziata e complice che impasta eventi pubblici e fatti privati, chiamando ciascuno a confrontarsi con le proprie responsabilità e strappandolo alla tentazione di sentirsi sempre in un rassicurante “altrove”.

Eppure la copertina del suo libro ricalca la prima pagina dell'”Unità” il giorno del funerale di Berlinguer, con quel gigantesco “Tutti” che sembra il contrario della separatezza.
«Infatti proprio lì è il nodo della questione. Quel giorno, a piazza San Giovanni, nelle strade, davanti agli schermi televisivi, non piangeva soltanto il popolo comunista, ma tutti. Berlinguer ormai era amato universalmente. Persino Almirante ne diceva bene».

Lei dov’era?
«Davanti alla tv, appunto, chiuso nella camera da letto dei miei genitori, piangendo senza freni con la paura di essere scoperto da mio padre, convinto uomo di destra che ha sempre votato Movimento sociale e poi Alleanza nazionale e che doveva sopportare di avere un figlio comunista. Ma io, alzando il pugno chiuso mentre la bara sfilava tra la folla, mi sentivo disperatamente parte di tutti».

E allora cos’è che non va in quel “Tutti”?
«Il sentimento di essere sì tutti, ma tutti quelli che appartengono a una parte migliore. Berlinguer, che aveva avuto il grande momento da statista con il tentativo di unire il Paese nel compromesso storico, dopo il suo fallimento aveva lanciato l’alternativa democratica, cioè il ripiegamento su se stessi con il culto dei valori perduti e il fastidio per il progresso. Ci aveva così condannato ad essere reazionari».

Addirittura, Piccolo? Sta trasferendo la parola reazionario alla sinistra?
«Come chiamerebbe la decisione di non partecipare più al presente e di frenare l’ammodernamento della società? Ammettiamolo: da quel momento in poi siamo stati reazionari. Ma la colpa, più che di Berlinguer, è di quanti hanno continuato a interpretare il suo sottrarsi ai tempi come un’idea virtuosa. Ancora oggi viene evocato soprattutto il suo discorso sull’austerity. E questo mentre Craxi cavalcava spavaldamente la modernità».

Che fa? Riabilita anche Craxi, da quarant’anni il nemico pubblico della sinistra?
«Guardi, io l’ho odiato come tutti i comunisti, ma sbagliavo. Craxi ha fatto in modo di impersonare anche la degenerazione del suo tempo, però all’inizio è stato un interprete acuto dei bisogni della società. Aveva una forza progressista che a noi mancava e non si capacitava dell’arretratezza dell’altra costola della sinistra. Diceva giustamente che Berlinguer vedeva ancora il mondo in bianco e nero. Pensi solo alla lotta contro il decreto di San Valentino, quello sulla scala mobile, che fortunatamente abbiamo perso».

San Valentino è per lei anche un infelice ricordo sentimentale. Fu piantato in asso da una ragazza per manifesta fatuità. Come andò?
«Andò che erano cominciati i frivoli anni Ottanta e io cercavo disperatamente di farmi amare da una compagna di scuola bella e rivoluzionaria. La seguivo negli incontri del suo gruppo dove mi guardavano come un infiltrato, proprio mentre a casa mi dicevano che facevo il comunista con i soldi di papà. Ebbi però la malaugurata idea di regalarle uno Snoopy di peluche. Mi guardò con disprezzo e me lo sbatté sul petto dicendomi: “Come ti viene in mente? Anche il giorno di San Valentino noi siamo impegnarti a fare politica”. Fu un dolore immenso perché solo molti anni dopo avrei capito che lei, come tutta la sinistra, non era in grado di “cercar coralli”».

Che cosa vuol dire?
«Gli uomini delle caverne uscivano e rischiavano la vita non solo per procurarsi cibo, ma anche per trovare coralli e fare collane. Se la sinistra non impara a coniugare la leggerezza e la serietà, e quindi a rappresentare davvero tutti, resta elitaria e reazionaria».

Ci sarà stato pure qualcuno in tutti questi anni che si sia avvicinato a questa idea di inclusione.
«Forse soltanto Veltroni con il discorso del Lingotto, ma purtroppo solo in teoria».

Comincio a sospettare che anche qui si finisce a Renzi.
«Lo so, Renzi non piace a chi coltiva i vecchi valori. La sinistra ha paura di vincere e, quando vede qualcuno che può farcela, gli si scaglia contro in tutti i modi. Nelle primarie con Bersani, Renzi ha invece messo in moto idee molto modernizzanti. Non vorrei che ancora una volta la modernità venisse confusa con la faciloneria e la mancanza degli alti principi».

Non sarà anche che lei è attratto dalla superficialità. Nel libro ne fa un continuo elogio.
«È un sentimento importante, ti permette di guardare le cose del mondo senza fartene invadere come se stessero succedendo anche a te. Mi ci ha avvicinato mia madre tanti anni fa con una purga».

«A Napoli c’era il colera e a Caserta si viveva nel terrore di essere contagiati. Quando vengo colto da dolori lancinanti alla pancia, ho la certezza assoluta di morire. Ma scopro che mia madre mi aveva dato una purga, dimenticandosi del colera. In quel momento capisco che tutti i drammi sono sopportabili. Più tardi ho incontrato una persona che quando mi disperavo perché Berlusconi aveva vinto le prime elezioni, mi ha detto “E che sarà mai!”. L’ho sposata, facendomi aiutare ad attraversare la vita senza pesantezza».

Nell’intreccio tra pubblico e privato il suo romanzo mette in scena personaggi letterari o cinematografici, ma anche reali. Qualcuno è prevedibile, come Bertinotti…
«Un disastro. Ha fatto cadere un governo buono come quello di Prodi per dimostrare che lui era puro e ha cambiato la storia di questo Paese. E purtroppo è stata anche colpa mia perché l’avevo votato. Da quel giorno è cambiato anche il mio atteggiamento verso la sinistra, anzi verso la vita».

Qualcun altro inaspettato, come Camilla Cederna.
«Una scrittrice meravigliosa che fece un’operazione di una faziosità terribile. Il suo libro sul presidente Leone fu uno dei primi che lessi da ragazzo. Mi lasciò un senso di imbarazzo per l’uso spregiudicato della vita privata del protagonista e dei suoi familiari. Un metodo che purtroppo ha fatto scuola».

Era inevitabile: siamo arrivati a Berlusconi.
«Della cui vita privata non ho il minimo interesse. Penso anzi che tutto quell’accanirsi sui gusti, sui gesti, sui modi di vestire o di parlare, e soprattutto sugli scandali sessuali, abbia disperso l’energia oppositiva, che doveva essere indirizzata politicamente. Credo che tutto ciò sia servito alla sinistra per distanziarlo e sentirsi migliore di lui».

Le ricordo, Piccolo, che lei è uno degli autori del “Caimano”. C’è un mondo di indignati là fuori che grida contro la politica e vuole mandare Berlusconi in galera.
«Lo so. E il guaio è che si insiste a compiacere questa tendenza. Nel “Caimano” abbiamo cercato di indicare la corresponsabilità di tutti, proprio facendo interpretare il protagonista da Moretti, ma forse non è stato capito. All’indignazione e all’antipolitica, si sta rispondendo ancora brandendo l’arma dell’etica. Anche Enrico Letta che non ha dato prova di aver fatto alcunché, si fa forte di essersi diminuito un po’ di stipendio».

E così non abbiamo salvato nessuno. Un’ultima curiosità: come mai in questa lunga messa a punto politico-esistenziale non c’è un solo accenno all’uso della giustizia?
«Proprio per evitare di occuparmi di Berlusconi in quel senso. Ma il problema c’è ed è serio. Quando avevo vent’anni per capire queste faccende si leggeva “il manifesto”. Quel giornale ci indicava il garantismo come grande battaglia della sinistra. E ci insegnava che aver voglia di mandare la gente in galera non è una bella cosa. Adesso un giovane compra “Il Fatto” e impara che è bene che in galera ci vadano tutti».

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia