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Lo sport come educazione

Vittorio Bosio è andato in pensione Anzi no, è presidente nazionale Csi

È stato eletto dall'assemblea con il 78% dei voti: «Assumo un ruolo più grande di me». Un anno fa, in una lunga intervista, ci aveva confidato che...

Vittorio Bosio è andato in pensione Anzi no, è presidente nazionale Csi
Personaggi 13 Giugno 2016 ore 11:50

Il bergamasco Vittorio Bosio è stato eletto domenica 12 giugno presidente nazionale del Centro sportivo italiano (Csi). L'assemblea nazionale, che si è tenuta a San Donnino di Campi Bisenzio, lo ha eletto con il 78% dei voti (ne ha raccolti 7.682 voti dalle 9861 società sportive presenti) e resterà in carica per il quadriennio 2016-2020. L’altro concorrente, Donato Renato Mosella, si è ritirato dalla competizione dopo aver relazionato all’assemblea prima delle apertura dei seggi. È stato comunque eletto nel Consiglio nazionale del Csi, composto da 36 componenti, votati secondo criteri di appartenenza geografica. Bosio subentra dopo otto anni a Massimo Achini. «Assumo un ruolo più grande di me – ha detto Bosio dopo la proclamazione – il Csi oggi ha bisogno di ritrovare compattezza per il bene dei ragazzi e degli adulti, cui si rivolge da sempre la nostra azione educativa».

 

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64 anni, di Endine Gaiano, presidente del Comitato Csi di Bergamo, Bosio è entrato nelle file del CSI nel 1972 con il ruolo di arbitro di calcio, da allora il suo rapporto con il Centro Sportivo Italiano si è sempre più consolidato. Nel 1978 è diventato consigliere provinciale e nel 1994 è stato eletto presidente del CSI bergamasco restando in carica sino al 2000. Nel 2004 è stato riconfermato e per 12 anni si è impegnato a sviluppare e consolidare le attività e i tesseramenti raggiungendo oltre mille società sportive affiliate e quasi 100mila tesserati, dei quali oltre 45 mila con meno di 18 anni di età. Dal 2004 ad oggi era vice presidente vicario nazionale. Nel 2006 Papa Benedetto XVI lo ha nominato Commendatore dell'Ordine di San Gregorio Magno.

Il 31 agosto di un anno fa Bosio è andato in pensione. Il giorno prima, preoccupati che si ritirasse a vita privata e lasciasse lo sport bergamasco privo di una figura importante come la sua, noi di Bergamopost lo avevamo intervistato. Qui sotto ripubblichiamo quell'articolo, che allora avevamo intitolato: Bosio del Csi è andato in pensione (Continuerà a farci giocare a calcio). 

 

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I suoi dipendenti e le decine di volontari lo chiamano “il capo”, ma lo dicono con il sorriso sulle labbra. Sembra quasi che l’abbiano di fronte anche quando non c’è. Anche centinaia di immigrati bergamaschi lo definiscono “il capo”, ma qui il rispetto istituzionale è d’obbligo. Da qualsiasi parte del mondo siano arrivati, lui li ha fatti giocare a calcio e di questo loro gli sono davvero grati. Lui, “il capo”, è Vittorio Bosio, presidente bergamasco del Csi (Centro sportivo italiano), una realtà associativa di grande valore che da noi rappresenta un vero e proprio mondo. Quando è arrivato gli iscritti erano 26mila, vent’anni dopo sono poco meno di 100mila. Bosio è l’anima, la mente e in buona parte anche il braccio di questa storia di amicizia e di successo. Lunedì 31 agosto 2015 è stato il suo ultimo giorno di lavoro al Csi. La pensione è una svolta della vita di ogni persona, ma per lui lo sarà un po’ meno, perché oggi, domani, e chissà per quanto ancora, continuerà a fare quello che ha sempre fatto, tutto esattamente come prima, cioè farci giocare. Insomma, non cambia niente. Però adesso paga l’Inps.

Bosio, come mai va già in pensione, quanti anni ha?

«A dicembre ne compio 64».

E le sembra il caso? È in perfetta forma…

«Ho cominciato a 15 anni, credo di aver lavorato a sufficienza. Anche se ho avuto la fortuna di lavorare dove prima mi divertivo».

Ripercorriamo il suo cursus honorum.

«Da giovane sono stato assunto in un’azienda e nel tempo libero mi occupavo di sport nel Csi: prima ho fatto l’arbitro e poi il designatore arbitrale. Col passare del tempo l'impegno nell’associazione cresceva sempre di più e un giorno - 22 anni fa - mi hanno chiesto di dirigere il tennis club Loreto, che allora era in gestione al Csi. L’ho messo in piedi ed è stata una delle operazioni più belle che abbiamo fatto: l’avevamo trovato in uno stato pietoso e lo trasformammo in un gioiellino. Poi sono riusciti a distruggerlo in sette mesi…».

Come dice?

«Eravamo arrivati ad avere trecento ragazzi che facevano la scuola tennis».

 

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L’hanno ristrutturato qualche anno fa...

«Hanno continuato a buttarci dentro soldi pubblici. Noi invece eravamo arrivati a pagare un affitto al Comune, proprietario degli impianti, senza chiedere più niente a nessuno. Non ci si inventa gestori, e anche adesso a mio parere qualche problemuccio c’è».

Poi lei è diventato presidente del Csi, un alto dirigente dello sport bergamasco.

«C’era stata una crisi interna all'associazione e mi chiesero di assumere la carica intanto che sistemavano le cose. Sono passati 20 anni, per 16 dei quali sono stato presidente».

Quanta gente ha fatto giocare nell’ultimo anno nella Bergamasca?

«I tesserati sono stati tra i 94 e i 95mila».

Va in pensione con uno stipendio di...?

«Glielo dico?».

Ma sì.

«1.700 euro al mese».

Non proprio una pensione d’oro.

«Negli ultimi anni ho sempre guadagnato così. Ma visto che nella vita ho avuto la disgrazia di non avere figli, a me e a mia moglie questo stipendio è bastato: non abbiamo mai avuto grandi esigenze. Diciamo che il Csi non mi ha mai dato tanti soldi, ma non mi ha neppure lasciato il tempo per spenderli. La giornata di lavoro va dalle 8.30 alle 20, poi ci sono le riunioni serali. La domenica sono sui campi. Difficile averne una libera».

Scusi se insisto, ma considerati i risultati ottenuti e l’impegno a tempo pieno, il consiglio provinciale non ha mai pensato di adeguarle la cifra?

(ride) «Credo che nessuno si sia mai chiesto quando prendessi di stipendio».

Begli amici… Visto che anche il Csi appartiene al mondo cattolico, le sarebbe convenuta la Cisl. Lì le pensioni in alcuni casi hanno ben altra consistenza.

«Sono uscite cifre che di sicuro non hanno aiutato chi crede nel sindacato. Ho qualche amico nella Cisl ed è rimasto parecchio male nel leggere certe cose. È giusto che un dirigente prenda uno stipendio adeguato, ma se uno vuole un compenso simile a quello di un dirigente d’azienda, è meglio che vada in azienda. Non al sindacato o al Csi. Da giovane ho avuto la fortuna di avere come presidente il professor Camillo Paganoni, il famoso oculista, che mi ha insegnato tante cose: una di queste è che mettersi al servizio dentro un’associazione come la nostra significa dare una disponibilità totale, senza chiedere un tornaconto. Lo abbiamo fatto e i risultati sono questi».

 

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Il Csi di Bergamo è il più forte d’Italia?

«Sicuramente il più numeroso, però ci sono altre province, una decina, che hanno numeri vicini ai nostri. Il fatturato è di circa due milioni e mezzo, più due milioni della Cometax, la società di servizi collegata».

Lei è anche vicepresidente nazionale del Csi...

«Capisco dove vuole arrivare e la anticipo. Sono l’unico dirigente nazionale a non avere la carta di credito del Csi. Se devo andare a Roma mi faccio rimborsare le spese di viaggio, punto».

Cosa ci guadagna a spendersi così tanto per una cosa che non è neppure sua?

«Ho un cognato commercialista che ogni tanto mi dice: "Vittorio, guarda che tu non sei mica a posto di testa". Può darsi, però posso dire di aver avuto la fortuna di fare un lavoro per il quale non mi è mai pesato alzarmi la mattina. E penso di poter continuare ancora un po’. Le sembra poco? Non lo faccio per niente, lo faccio perché ci credo. Dovrei aggiungere una cosa che non so se posso…».

Data la premessa sarà sicuramente  interessante.

«Qualche anno fa sono stato nominato nel consiglio d’amministrazione degli Istituti Educativi. Mi telefona Valerio Bettoni, allora presidente della Provincia, e mi chiede di entrare. Gli rispondo picche. Allora mi fa chiamare da un influente monsignore. Tira e molla, alla fine accetto. Due giorni dopo, in quanto componente del cda, ricevo un avviso dal tribunale per un vecchio contenzioso poi rivelatosi inconsistente. Mia moglie vede la lettera verde, legge l’intestazione, e dà in escandescenze. Non avevo ancora cominciato e già c’era la prima grana. Dopo un anno, però, l’ente diventa di diritto privato, una fondazione. E da quel momento mi hanno dato circa 600 euro al mese (al mese!) per fare una o al massimo due riunioni. Tra me e me ho sempre pensato che se al Csi mi avessero offerto qualcosa di simile, con le riunioni che ho fatto sarei ricchissimo. Si parla tanto male dei politici, ma forse ad avere i maggiori vantaggi sono quelli che bazzicano in questi enti e consigli».

 

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Quanta gente conosce nella Bergamasca?

«Migliaia di persone, ma sarebbe più giusto dire che sono conosciuto da migliaia di persone. La cosa che mi fa più piacere è quando incontro qualcuno – è capitato proprio stamattina al bar – che mi racconta di quando era ragazzino e che gli avevo messo una medaglia al collo. Aveva vinto non so quale torneo. Mi capita molto spesso. Io non li riconosco, ma loro si ricordano di me. Le pare poco?».

Persone di ogni tipo, professione e classe sociale. 

«Un giorno passando in centro a Bergamo con il presidente nazionale del Csi e con il consulente ecclesiastico, un monsignore di Assisi, vedo il “Bocia”, il capo ultrà, che sta tagliando una siepe. Era a torso nudo, capelli lunghi, tutto sudato. A un certo punto si gira, mi vede e urla: «Bosiooo ciaooo, ciaooo».  Il presidente mi guarda: "Ma che gente frequenti…". E io di rimando: "Questo qua è una delle persone che mi onoro di conoscere, perché nonostante tutto quello che dicono di lui, guarda cosa sta facendo: è un uomo che lavora e lavora seriamente". Il “Bocia” in quel periodo giocava in una squadra del Csi. A un certo punto avevamo addirittura tre le squadre della Curva Nord iscritte ai nostri campionati. I benpensanti mi dicevano: "Vedrai quanti problemi ti creeranno". Mai avuto un problema».

Il diavolo è meno brutto di come lo si dipinge. O forse il diavolo non va in giro a torso nudo…

«Lo ripeto: mai avuto un problema. Certo, una volta ero andato a vedere una partita e alla fine volevano farmi fumare. E si sono sorpresi perché ho spiegato loro che non ne avevo mai provata una. "Sei arrivato alla tua età e non ti sei mai fatto una canna? Non sai cosa ti sei perso". Ho risposto loro che non avrei recuperato neppure quella sera».

La Chiesa di Bergamo è consapevole che il Csi è uno dei suoi gioielli?

«So che siamo apprezzati. All’inizio della mia esperienza, con il vescovo Amadei è stato difficilissimo: non ci ha mai detto una volta che quello che stavamo facendo andava bene, lo faceva intuire a monosillabi. Credo però che sia stato uno dei pochissimi ad aver capito veramente l’importanza del Csi. Comunque sia, abbiamo avuto in consiglio (senza diritto di voto) sacerdoti di grande bravura, uno meglio dell’altro, e la nostra è una delle poche realtà a Bergamo in cui i laici cattolici esprimono fino in fondo la loro responsabilità, senza nascondersi dietro alle tonache».

 

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Per forza dice così: lei ormai può fare quello che vuole.

«Cosa vuol dire far quello che si vuole? La mia soddisfazione sta nel fatto che se oggi la giornata gira storta me ne vado su un campo dove si allenano i bambini o giocano i grandi e osservo quello che stiamo costruendo. Da qualche anno a questa parte faccio tutte le premiazioni, non per megalomania, ma perché penso che lo richieda il mio ruolo istituzionale. Mi pesa, eppure questo serve soprattutto a me per capire come e per chi ci stiamo impegnando».

E se le dicessi che dal punto di vista sportivo il Csi è di livello basso? Che i veri campionati sono altri?

«Ne sono perfettamente consapevole, non c’è bisogno che me lo dica lei. Per la verità, oggi, al Csi non manca niente anche dal punto di vista tecnico: abbiamo dirigenti preparati e le nostre squadre giovanili non sono tanto diverse da quelle della federazione (non parliamo ovviamente del livello professionistico). Ma al di là di questo, noi siamo onorati di fare sport anche con i cosiddetti scarti. Fare sport è un diritto e le federazioni spesso se lo dimenticano. Tutti hanno diritto di giocare, non solo quelli bravi».

Qual è una cosa bella che avete organizzato in questi anni? 

Il torneo di Bergamondo, fra le squadre nazionali di immigrati presenti nella nostra provincia, che si sfidano a calcio nei mesi di maggio e giugno. Bergamondo si imposto in mezzo a mille difficoltà, culturali e psicologiche, e aa altrettante ipocrisie che mi hanno segnato e in alcuni casi disgustato. C’è gente che mi rimprovera: "Ti rendi conto il fenomeno dell’immigrazione cosa sta provocando?". Io non faccio politica, non so se i migranti vanno fermati prima, dopo o a metà tragitto, non è il mio compito. So però che quando sono arrivati qui da noi vanno trattati da uomini.

E gli stranieri apprezzano questo sforzo?

«Sono persone contente perché riconoscono che abbiamo fatto qualcosa per loro».

È vero che anche qualche oratorio vi ha negato i campi per le partite di Bergamondo?

«Sì, ma anche un Comune, Seriate, ha approvato una delibera per impedire che Bergamondo si giocasse sui suoi campi. C’era stata una mezza scazzottata durante la partita fra Colombia e Bolivia, cose che sui campi di calcio non sono infrequenti, e ci hanno costruito sopra un caso. Il sindaco di quell’amministrazione era la Saita, già presidente dell’Azione Cattolica bergamasca».

 

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Il calcio scalda gli animi, la politica pure…

«Quando facevo il designatore degli arbitri c’era un signore non vedente di Zingonia che ogni lunedì mi telefonava per dirmi che la loro squadra, composta tutta da meridionali, veniva sistematicamente discriminata dai direttori di gara. Ogni volta mi teneva mezz’ora al telefono. Un sabato sono andato io ad arbitrare: nel primo tempo perdevano 3 a 0, nel secondo recuperano, ma sul 3 a 2 la partita si infiamma. Volano parole grosse al punto che caccio il loro allenatore: me ne aveva dette di tutti i colori. La partita finisce in parità e alla fine alcuni della squadra dei meridionali vengono negli spogliatoi con atteggiamento remissivo per chiedermi di non squalificare il loro mister. "Io scrivo il referto, vedremo cosa deciderà chi deve decidere", ho risposto loro.  Il lunedì successivo, come da copione, mi chiama il signore non vedente. "Sai Vittorio, mi spiace dirtelo, ma l’arbitro che ci hai mandato sabato è stato il peggiore di tutti, un vero e proprio razzista. Dovresti vedere come ha trattato il nostro allenatore". L’ho lasciato parlare e alla fine gli ho detto: "Amico mio, ero io quell’arbitro e ho tutti i difetti del mondo meno quello di essere razzista. Le cose sono andate esattamente al contrario di come ti hanno raccontato. D’ora in poi chiamami, ma prima accertati bene che quello che ti raccontano sia la verità"».

Qual è il risultato più bello ottenuto dal Csi?

«La cosa che ci gratifica di più è che i settori giovanili sono cresciuti fino a prendere l’attuale consistenza. Il Csi di Bergamo mette in campo oggi 35mila ragazzi, suddivisi in quattro fasce di età: 8-12 anni (pulcini/esordienti), 12-16 anni (giovanissimi/allievi), 16-21 anni (juniores), 21-35 anni (dilettanti). Abbiamo sempre lavorato con l’obiettivo di tenere in piedi il settore giovanile. Dal punto di vista economico la convenienza sarebbe quella di dedicarsi al mondo degli adulti, ma l’utile che ricaviamo dalle iscrizioni dei grandi lo abbiamo sempre destinato per finanziare i bambini e i ragazzi».

Lei che cosa si considera: un manager, un dirigente sportivo, un arbitro in senso ampio?

«Una persona disponibile che ha lavorato nel campo dell’educazione».

Che festa hanno organizzato al Csi per il suo ultimo giorno di lavoro?

«Non l’ho detto a nessuno. Siete i primi a saperlo».