Voglio andare in Africa (e danzare)

01 Dicembre 2015 ore 08:05

Chiamatemi Homer. Homer Simpson. Immaginatemi in una delle sue migliori performances: sul divanetto davanti alla televisione, in canottiera e gli occhi a palla. Ho passato così gli ultimi tre giorni seguendo su TV 2000 la visita del papa in Africa. Un uragano di continuo stupore. Katrina, al confronto, una brezza. Non soltanto per il papa.

Per la bellezza della gente, prima di tutto. Donne di una grazia da capogiro, anche in caso di stazza superiore al quintale e mezzo, con turbanti di zaffiro, rubino e topazio e sorrisi che Maria Schell (attrice divenuta famosa per la sua capacità di piangere e sorridere nello stesso tempo) si sarebbe sognata. Una gioia incontenibile fusa in un dolore immedicabile. Volti che ho cercato di inchiodarmi sulla corteccia cerebrale perché vorrei ritrovarli intatti il giorno in cui passerò dall’altra parte del fiume, come ha detto il papa.

Bambini e bambine da mangiarseli nel latte a colazione, tanto erano teneri e rapinosi nel loro muoversi ritmando un qualche canto perso nell’aria in attesa della Mercedes o della Toyota scoperta. Movimenti inconsci, soprappensiero, di spalle e di bacino; e piedi e braccia e ondeggiare del capo nero di ricci: eredità condensate di migliaia di generazioni vissute nella savana e sulle colline. Voglio andare in Africa. Voglio danzare anch’io. Voglio muovermi senza cheerleader di alcun genere o altri intollerabili, insensate pantomime di benvenuto nei dintorni per miglia e miglia.

Bambini e bambine che, ha detto una suora in studio, hanno patito sofferenze inaudite, alcune delle quali nemmeno riferibili in televisione. Tra quelle che, invece, potevano essere riferite, c’è stata la vicenda (ripeto: l’ha raccontata una suora) di un ragazzetto che si aggirava tra alcuni cadaveri e che – quando ne ha trovato uno di suo gradimento – l’ha preso per una gamba e ha cominciato a mordergli il polpaccio. Alla suora che, in cerca di eventuali feriti nello stesso inferno, ha cercato di distoglierlo dal fiero pasto, si è opposto in maniera furibonda urlando che quello era l’uomo che gli aveva ucciso il padre e che dunque andava sbranato. Gente che, con simili background, riesce ancora a gioire e a farsi umilmente accarezzare e abbracciare non lascia indifferenti.

E poi le suore, appunto. Personaggi da battaglia che se Napoleone fra i suoi fantaccini ne avesse avute almeno un paio non avrebbe perso di sicuro a Waterloo. Lasciamo stare madre Marcazzan delle Paoline che ha messo in piedi un’opera culturale da far invidia a Berlusconi & Bompiani interamente dedicata all’alfabetizzazione dei poveri. Quella è una figura che se ne incontrano una ogni era geologica e dunque non fa testo. Ma lei ha raccontato che una notte la casa in cui vivevano lei e altre due missionarie (lei ha detto convento, in omaggio alla destinazione d’uso, ma era una casetta a pian terreno) fu circondata da un manipolo di banditi venuti per rubare. Armati di ogni possibile ritrovato della tecnica questi tali sono entrati in casa sfondando la porta e hanno fatto inginocchiare a terra le tre suore tenendole sotto tiro mentre altri operavano il trasloco. E madre, o sorella, o cosa sia Marcazzan ha riferito che una delle tre se n’è uscita con questa frase: «No. Morire in pigiama, questo no». Chiaro che con donne così si potrebbe mettere il mondo sottosopra, solo che gli si dessero i mezzi.

Perché in Centrafrica è stato ripetuto anche questo: che le truppe ONU disposte sul terreno per contrastare una guerra che non si può contrastare (semplicemente perché non è una guerra), ci costano un milioneduecentomila e rotti dollari al giorno (1.200.000 US $/day). Non è una guerra perché è un continuo e caotico assalto ad accaparrarsi qualcosa per riuscire ad arrivare vivi fino a sera, dove tutti combattono e sparano motu proprio, o pro domo sua, insomma per la sopravvivenza propria e della propria famiglia. E l’ONU (UNHCR) con tutti quei soldi è riuscita a mettere insieme un campo profughi dove c’è una sola latrina per diciotto/ventimila persone. Mentre le suore e i frati e la chiesa locale i profughi se li prendono perfino in casa loro (convento) e cercano di curarli, di fargli fare la doccia (lunedì c’erano 41 gradi, tanto per dire), di dargli da mangiare, di vestirli e di fare scuola ai bambini. Senza un soldo che non sia la carità della gente di qua. Mettetegli in testa un elmetto celestino e dategli la metà, o anche un terzo, di quello che date alle truppe UN e il Centrafrica torna il paradiso che era fino a quando non sono arrivati i Francesi e la loro liberté. E gli altri, s’intende.

Il papa avrà anche aperto la porta del Giubileo a Bangui (cosa che – nel linguaggio del posto – è come se il califfo di Baghdad andasse a lavare i piedi a Netanyahu) ma quello che ha fatto mescolandosi alla gente dei campi profughi con una tale semplicità di atteggiamento, con una serenità tale che a un certo punto gli addetti alla sicurezza locali gli andavano dietro con l’aria di chi stia seguendo – per puro diletto personale – il volo di una farfalla, vale cento porte e mille giubilei.

Provo a dire meglio questa cosa. Ad un certo punto uno dei commentatori in studio (uno meglio dell’altro, come persone e come competenza) ha detto qualcosa a proposito del fatto che erano tutti molto felici che il papa avesse dormito (e avrebbe dormito, la sera successiva) nelle località di tappa. Allora l’anchorman ha domandato di chiarire meglio questa cosa – un po’ strana – del dormire, perché tutti i messaggi di civili e di ecclesiastici di questi giorni continuavano a farvi riferimento. Il fatto che il papa dormisse da qualche parte sembrava dunque valere più della Porta Santa. E in effetti l’interpellato (mons. Giulio Albanese, può darsi? Comunque un mito, mons. Albanese) ha detto che in Africa l’ospite è sacro, ma che l’ospite che dorme in una casa lo è doppiamente. È una specie di dono degli dei.

E io ho cercato di capire perché. E mi sono ricordato di tutte le notti in cui, in giro per il mondo, ho dormito con soldi e passaporto appiccicati al petto con due giri di nastro isolante e le macchine fotografiche legate alla caviglia col filo da pesca (perché non si vede) per evitare che me li sottraessero con destrezza. E ne ho concluso che non c’è un modo migliore per dichiarare la propria fiducia nell’altro che dormire abbandonato in casa sua. E in effetti il papa appariva totalmente abbandonato, come un bambino in braccio alla madre, in quei posti dove – per consenso unanime della stampa mondiale – nessun altro leader avrebbe avuto il coraggio di entrare se non corazzato come un Ninja. Faceva come san Giuseppe: sognava. E a un certo punto ho immaginato di star sognando anch’io, con tutte quelle teste con le treccine intrecciate di perline e fiocchi di straccio che sorridevano come i negretti delle scatoline delle missioni. E invece era tutto vero.

E allora ho pensato che questo poteva succedere (anche) perché Francesco nostro sapeva di stare in mezzo a delle persone davvero belle. Ma belle belle sul serio: dal Kenya a Bangui il papa le ha mostrate al mondo forse per la prima volta in tutto il loro splendore di uomini e donne alle prese con la vita. Con la loro fede, il loro dolore, la loro voglia di danzare muovendo il bacino in un modo che non avrebbe potuto essere più trasparente. Stadi stracolmi di uomini e donne che si capiva perfettamente che di mettere in cantiere un figlio lì per lì sarebbero stati solo contenti. In Centrafrica oltre metà della popolazione ha meno di diciotto anni. E bisognava vedere la faccia del monsignore liturgista che, oltre la spalla del papa celebrante, si era incantata, rimanendo fissa per almeno mezzo minuto su quell’ebbrezza ondeggiante verso l’altare recando doni, per capire cosa stesse succedendo davvero. Senza questi tre giorni non avremmo mai neanche immaginato che potesse esistere un mondo così. Che potesse esistere – dico una cosa per tutte – la musica dei Masai, che se penso all’innologia postconciliare e chitarrosa che si pratica nella mia parrocchia mi viene da piangere di disperazione.

Picasso e i suoi amici, al loro tempo, si innamorarono dell’arte africana. E le maschere del continente nero divennero note al mondo e cambiarono la pittura e la scultura del secolo loro. Dovremmo fare la stessa cosa con la musica che ci è stata regalata in questi giorni: il mondo ci sarebbe grato per ragioni ancora migliori di quelle per cui è grato a Picasso e al suo giro.

Ma dicevo che ci sono state rivelate persone bellissime. Il vescovo di Bangui, mons. Dieudonné Nzapalainga, ad esempio. Un armadio che se mi desse un pugno sulla testa mi pianterebbe nel terreno fino alla cintola, e che tempo fa ha avuto il coraggio di attraversare armato della sola croce la linea di fuoco tra due bande che si sparavano coi kalashnikov e altre attrezzature ugualmente mortifere. Anche le donne romane rapite dai Sabini si interposero fra genitori e sposi, ma: primo, al tempo non c’erano i kalashnikov; e, secondo, i due eserciti dovevano ancora cominciare a scontrarsi. Qui, invece, le pallottole fischiavano da tutte le parti. Bene, questo mons. Dieudonné (che nella liturgia in latino diventa “episcopo nostro Adeodato”, cioè, appunto, “dato da Dio”) ha fatto forse il gesto più commovente di queste giornate quando, nell’indirizzo di saluto al papa alla fine della messa a Bangui, ha modificato il passo di Isaia 52 («Come sono belli i piedi del messaggero che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza»), che faceva parte della liturgia odierna, in «come sono belli i passi di papa Francesco,..» con quel che segue. Se ha convertito in amore per la sua gente la forza muscolare che mi pianterebbe nell’argilla come un piuolo, la sua gente può stare tranquilla. Forse dovrebbe imparare un po’ meglio a leggere il latino di chiesa, ma trattasi di particolare secondario.

In sintesi: Africa, vuol dire gente meravigliosa. Pensate che a un certo punto il papa ha tirato su nella sua camionetta scoperta perfino l’imam del posto. Ci saranno i soliti blogger che urleranno al sacrilegio, ma intanto l’imam ha vissuto un momento di estasi che non dimenticherà facilmente. Come un bambino che fosse preso su dai pompieri a sirena spiegata.

Va bene. Però non posso abbandonare questi tre giorni senza nominare anche un altro personaggio che i viaggi del papa hanno reso noto al mondo. È un giornalista (ma deve aver vissuto almeno altre quattro o cinque vite) di origine cilena (mi è parso di capire l’altra volta), medico, responsabile del Sismografo, di una bruttezza che rispetto a lui Jean Paul Belmondo non è nemmeno un dilettante, ma con una testa che – direbbe Verga di Mastro don Gesualdo – è un diamante e un cuore e una fede che forse lo sono ancora di più. Padilla sa tutto e lo sa per il verso giusto. Un grande.

E dunque è andata così: parlando del discorso al Congresso americano Furio Colombo – entusiasta – disse che in quell’occasione papa Francesco aveva spiegato agli Americani – per la prima volta nella storia – che cos’è il mondo. In questi giorni il medesimo papa ha fatto ancora di più: ce lo ha fatto vedere. Ci ha rivelato – non saprei dirlo in maniera più appropriata – the dark side non della Luna ma della nostra vita e ce l’ha fatta amare. Ci ha fatto vedere di quante persone belle e bellissime è fatta la nostra storia contemporanea: donne, bambini, monsignori, missionari, gente comune che balla e che canta (ma lì anche i monsignori camminavano ballando). Cori che – incredibile – in un tempo di guerra casa per casa hanno fatto in tempo a prepararsi per due messe non solo a cantare in maniera meravigliosa, ma anche a cantare felici.

Dormi pure, Francesco. Che siamo sicuri nelle mani del Signore.

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