Dal fascismo a Tangentopoli

Misteri veri e presunti di Licio Gelli

Misteri veri e presunti di Licio Gelli
16 Dicembre 2015 ore 15:58

Intorno alle 23 di ieri, martedì 15 dicembre, è morto Licio Gelli, uno dei protagonisti più controversi della storia della Prima Repubblica. Basti pensare ai soprannomi che gli sono stati assegnati nel corso della vita: “burattinaio”, “venerabile”, “Belfagor”. Poche le informazioni certe sulle attività svolte nella seconda metà del secolo scorso, moltissimi i punti di domanda a proposito di coinvolgimenti, rapporti, obiettivi perseguiti. Indiscutibile è però il fatto che sia stato un uomo perennemente in azione, mai adagiato su quanto ottenuto ma sempre alla ricerca di realizzare nuovi scopi secondo il Nord della sua bussola. Già, ma quel è stato il Nord di Licio Gelli?

Il fascismo? Gelli, in una delle ultime interviste rilasciate, aveva avuto modo di dire che «sono sempre stato fascista, e morirò fascista». D’altra parte, basta tornare ai suoi anni di gioventù per capire che il fascismo, per lui, era un impegno serio: non ancora ventenne si arruolò in Spagna per combattere al fianco delle milizie franchiste, assieme al fratello Raffaello (che morì proprio durante la guerra civile spagnola); rientrato in Italia, si coinvolse attivamente nel partito fascista, divenendone presto dirigente; si dice, inoltre, che abbia rivestito un ruolo rilevante nel cosiddetto tentato “golpe Borghese”, un piano sovversivo che nel 1969, sotto la guida di Junio Valerio Borghese, avrebbe dovuto portare al crollo della Repubblica e al ristabilimento di un ordine nazionale molto simile a quello del Ventennio (il “Piano di rinascita democratica”). Una vita insomma, parrebbe, dedita al fascio littorio. Ma come si spiegherebbe, allora, la stretta collaborazione con gli Alleati, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, a partire dal momento in cui la vittoria di questi ultimi si delineava ormai chiara all’orizzonte? Non un comportamento da idealista convinto, senz’altro. Oppure, ancora, la vicinanza decisamente più marcata, quantomeno formalmente, agli ambienti democristiani piuttosto che a quelli missini e in generale di destra dal secondo dopoguerra in poi. Il fascismo, dunque, è una risposta che non convince.

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La sovversione? Si è detto del golpe Borghese, rispetto a cui il coinvolgimento di Gelli non è del tutto accertato, ma si potrebbe parlare anche, con invece certificata verità, della sua appartenenza alla massoneria, nello specifico alla loggia P2. Gelli non ha mai negato di essere stato parte della massoneria, soprattutto a partire dal momento in cui ne divenne gran maestro in seguito alla decisione della massoneria ufficiale di sciogliere definitivamente la P2. La loggia non si sciolse, nonostante tutto, ma divenne una vera e propria società occulta con diramazioni in ogni ambito istituzionale, militare e imprenditoriale. Il tutto sotto la guida proprio di Licio, che salì alla ribalta della cronaca quando, nel 1981, i magistrati inquirenti che indagavano sul crac del Banco Ambrosiano trovarono in casa sua una valigetta contenente l’elenco di circa mille soggetti fra politici, vertici delle forze dell’ordine e militari, imprenditori e giornalisti facenti parte della P2. Quindi, riassumendo: tentato colpo di Stato e infiltrazioni occulte in tutti i rami più determinanti della vita pubblica. Sembrerebbe che Gelli lavorasse davvero per sovvertire l’intero sistema dell’Italia. Ma se così fosse stato, perché nelle settimane del rapimento Moro molti esponenti della commissione d’inchiesta, pidduisti per stessa ammissione di Gelli, lavorarono affinché le indagini non portassero al ritrovamento e quindi, in sostanza, affinché venisse eliminato Moro? L’uccisione dell’uomo della Dc segnò l’inizio della fine delle Br, e la cessazione di ogni possibilità del Pci di prendere il potere in Italia: accadimenti decisamente opposti rispetto ad un progetto di sovversione dell’ordine costituito. Che sia per spirito da vecchio militante fascista, oppure (più probabilmente) per stretti rapporti con gli Stati Uniti, non si può certo dire che la sovversione sia stata la forza motrice dell’agire di Gelli.

Che cosa, allora? Ci sarebbero molte altre cose da analizzare, per provare a capire Licio Gelli: i rapporti con Michele Sindona e il crac del Banco Amrosiano, il presunto coinvolgimento nella strage di Bologna e in altri omicidi effettuati fra gli anni Settanta e Ottanta (come la misteriosa morte di Roberto Calvi), fino a Tangentopoli. Il nome di Gelli è sempre in mezzo, senza mai che sia del tutto chiara la sua parte, il suo ruolo, il suo effettivo interesse. Con la sua morte, Gelli consegna alla storia solo moltissimi dubbi circa i primi 50 anni della Repubblica, che più si tenta di comprendere e più si fanno oscuri e indecifrabili. Affari e vicende di cui, probabilmente, nessuno potrà mai avere un quadro preciso, a causa di protagonisti, altrettanto oscuri e indecifrabili, come Licio Gelli.

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