Compie 100 anni

Zingarelli, un secolo da maestro Storia del dizionario per eccellenza

Zingarelli, un secolo da maestro Storia del dizionario per eccellenza
Personaggi 16 Ottobre 2017 ore 09:07

Nicola Zingarelli è uno di quei personaggi a cui chiunque parli italiano è un po’ debitore. Infatti esattamente 100 anni fa ebbe l’idea di scrivere e pubblicare a fascicoli, per conto di un editore milanese, Bietti e Reggiani, il primo dizionario della nostra lingua. Era il 1917, un anno drammatico con migliaia di giovani in guerra, eppure quel professore aveva avuto il coraggio morale di pensare a uno strumento che sarebbe stato prezioso per la rinascita del Paese come nazione.

Un mezzo culturale e sociale. La conoscenza consapevole della lingua e del patrimonio di parole che mise a disposizione era per lui il principio alla base di ogni crescita culturale. Zanichelli era nato a Cerignola nelle Puglie ma un anno prima aveva vinto la cattedra di lingue e letterature romanze all’Università di Milano e pensava di realizzare non solo un “manuale” per il corretto uso della lingua, bensì uno strumento fondamentale per leggere e comprendere i mutamenti più nascosti della nostra società.

 

 

La prima edizione. La prima edizione uscì in quattro fascicoli, già con una struttura di voci fissa: vocabolo, eventuale indicazione di marchio registrato, trascrizione fonematica (con la versione online, un file audio), etimologia, qualifica grammaticale e così via. Nell’etimologia si riporta sempre anche la prima apparizione del vocabolo nella nostra lingua: ad esempio se si prende misoginia possiamo scoprire che la prima attestazione è del 1594. Il vocabolario, in fondo, può essere vissuto anche come un gioco, come un contenitore che ti permette di fare scoperte a ripetizione.

Uno strumento in aggiornamento. La geniale intuizione di Zanichelli fu quella di pensare uno strumento con criteri stabili, ma che venisse aggiornato di anno in anno. Spiegava infatti introducendo una delle edizioni successive a quella pionieristica del 1917: «Mai non è apparsa tanto evidente la mutabilità delle lingue come nel tempo dallo scoppiar della guerra ai giorni presenti. Non meno rivoluzionari sono stati i progressi dell'aviazione, della radiotelegrafia e dell'automobilismo. Il Vocabolario a distanza di pochi anni mi pareva invecchiato; e bisognava dunque rifarlo in parte, oltre che ricorreggerlo. Ricorretto, rimutato, aggiornato».

 

 

Ogni anno faceva capolino una parola nuova. Rivoluzione fu ad esempio la parola del 1917, per via della celebre Rivoluzione d’ottobre. Il 1918 è l’anno in cui terminava il primo conflitto mondiale, caratterizzato dalla guerra di posizione o di trincea, detta così proprio per via dei fossati fortificati che proteggevano le truppe d’assalto. Trincea deriva dal francese trancher (tagliare), e definisce il campo di battaglia, tagliato di netto dalle linee nemiche che si conquistavano con gli assalti. Il 1919 invece è la volta di una parola, pandemia, che identificava un altro terrore che si era diffuso per l’Europa, l’influenza spagnola, detta così perché fu annunciata inizialmente dai giornali spagnoli, non soggetti alla censura di guerra. Il termine pandemia descrive molto bene la portata di questo contagio che colpì tutto (pan) il popolo (demos).

Le parole nuove oggi. Così sino ad oggi. L’edizione 2018 dello Zanichelli è stata annunciata con 145mila voci e ben mille nuove parole. Andarle a scoprire è una divertente avventura. Eccone alcune: bacaroBrexitciclostazionecoparentaledronistaflaggarehaternikefobiaphoto opportunitypost-veritàSpannungsviluppismo. Tutte parole non ancora digerite dal correttore automatico dei programmi di scrittura. Segno che il vecchio, certosino Zingarelli è sempre più avanti di tutti.