L'intervista

Ariela Benigni del Mario Negri: a ognuno il suo farmaco, andiamo verso la medicina ad personam

A tu per tu con la scienziata e biologa che coordina le ricerche farmacologiche nelle sedi di Bergamo e Ranica dell'Istituto

Ariela Benigni del Mario Negri: a ognuno il suo farmaco, andiamo verso la medicina ad personam

L’istituto Mario Negri “apre” al Conventino di Bergamo nel 1984. Ariela Benigni, allora 28enne, appena tornata da un’esperienza di studio all’estero finanziata da una borsa di studio della Comunità europea, entra nel team di ricerca. Il solo pensiero di avere in mano le chiavi dei laboratori la rendeva felice.

Di cosa si occupava?

«Ero motivata a capire il comportamento delle piastrine, cellule del sangue che quando funzionano male possono provocare la formazione di trombi e problemi a vari organi. I miei colleghi e io costituivamo la parte sperimentale declinata sulle evidenze cliniche che provenivano dall’ospedale. Il coordinatore era il professor Giuseppe Remuzzi. In pratica ci dicevano: “Questi pazienti hanno questa anomalia, approfonditela in laboratorio”. E noi creavamo dei modelli utili per studiarla».

Soprattutto anomalie in pazienti affetti da malattie renali.

«Il rene è un filtro. Quando funziona bene trattiene proteine utili ed elimina le sostanze tossiche. Se le maglie di questo filtro si allargano, le proteine che dobbiamo trattenere vengono eliminate. E infatti la prima spia di una malattia renale emerge dall’esame delle urine. Una volta si pensava che queste malattie progredissero in modo inesorabile. Invece, attraverso le nostre ricerche siamo riusciti a capire che alcuni farmaci, usati per abbassare la pressione sanguigna nei pazienti ipertesi, proteggevano anche il rene, facendo in modo che la malattia non progredisse. Constatare che una scoperta in laboratorio può trasformarsi in una soluzione terapeutica per i pazienti è la gratificazione più grande che può avere un ricercatore».

Festeggiate quando una scoperta funziona?

«Certamente! Festeggiamo, ma un po’ sottotono, da buoni bergamaschi. L’importante è che la scoperta possa essere resa disponibile a tutti, in modo tale che altri medici siano al corrente di ciò che abbiamo trovato».

Perché non brevettate?

«È una scelta precisa. Brevettare vuol dire tenere un po’ nascosta la scoperta per via di tempi tecnici da rispettare tra il deposito del brevetto, l’approvazione e la sua pubblicazione. Questo rallenta la disponibilità dei dati alla comunità scientifica, circostanza che vogliamo evitare. Quindi pubblichiamo subito i risultati. Poi c’è un altro motivo».

Quale?

«Una scoperta brevettata diventa come un fossile, una sorta di insetto intrappolato nell’ambra. Invece la ricerca continua, ha un’evoluzione che (…)

Continua a leggere sul PrimaBergamo in edicola fino a giovedì 19 marzo, o in edizione digitale QUI