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Una donna straordinaria

A Dacca è morta anche Ishrat Imprenditrice che difendeva i bimbi

A Dacca è morta anche Ishrat Imprenditrice che difendeva i bimbi
Persone 07 Luglio 2016 ore 10:00

La strage di Dacca è stata definita il peggior attentato ai danni di italiani dopo Nassirya. Con la differenza che a Nassirya gli italiani morti erano militari in missione, mentre a Dacca erano civili, imprenditori e impiegati nel settore tessile. Ma l’Holey Artisan Bakery è stato il luogo dove, nell’attacco condotto per mano di giovani, colti, brillanti figli di famiglie benestanti bangladesi, accecati da un odio mascherato da estremismo religioso, hanno trovato la morte anche due cittadini del Bangladesh. Entrambi si sono rifiutati di recitare il Corano davanti ai loro assassini, che per questo li avrebbero trucidati.

La scelta di morire. La storia più famosa, quella a cui è stato dato finora il maggiore risalto, è quella del giovane Faraaz Hossain, studente. Ha scelto di morire, da eroe, pur di stare vicino alle sue amiche che non erano musulmane. Ma nella tragedia del 1 luglio è morta anche una donna. Si chiamava Ishrat Akhond, aveva 45 anni ed era un’imprenditrice del settore tessile. Era cresciuta in una famiglia musulmana, ma aveva scelto di non indossare l’hijab, il velo che le avrebbe coperto i lunghissimi capelli corvini. La fede, per Ishrat, era qualcosa di intimo che non doveva essere dimostrato a dei terroristi mediante la recita di versetti del Corano. Non si è arresa ai suoi principi. E l’hanno uccisa a colpi di machete.

 

 

Il lavoro nel tessile. Quella tragica sera, Ishrat era allo stesso tavolo di alcuni degli italiani morti. Anche lei, come loro, lavorava nel settore del tessile. Un settore che, abbiamo già avuto modo di ricordare, con l’Italia fa affari d’oro, a scapito delle condizioni di lavoro in cui si trovano gli operai che forniscono la manodopera con i costi più bassi al mondo. Ishrat, però, era ben lontana dagli imprenditori senza scrupoli che sfruttano e subappaltano pur di spuntare il prezzo più basso. Per lei l’etica del lavoro era al primo posto. Tant’è che in prima persona si era resa protagonista di una campagna con l’Unicef per combattere il lavoro minorile.

Donna preparata e sensibile. Bella, elegante, regale nei suoi sari di seta ricamata, Ishrat era una donna molto colta, appassionata di arte. Era anche un po’ una mecenate, dato che possedeva una propria galleria in cui lanciava giovani talenti. Gli amici la chiamavano la “Nila”, e dopo aver studiato scienze sociali all’Università di Dacca e Management in Australia, ricopriva il ruolo di responsabile delle risorse umane per la ZXY International, una delle principali aziende con da l’Europa importa abbigliamento.

 

Lotta al lavoro minorile. Sul sito, dove campeggia una bella foto della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, si può leggere che la ZXY è impegnata nel rispetto dei suoi dipendenti, e che supporta progetti di responsabilità sociale e di sostenibilità, soprattutto in campo educativo e sanitario, nelle zone in cui sono presenti le sue fabbriche. Non a caso, probabilmente. Perché tra gli obiettivi di Ishraz c’era quello di togliere i bambini da telai e macchine da cucire e riportarli a scuola. Una battaglia cominciata alcuni anni fa, che Ishraz ha portato a compimento almeno nella sua azienda.

Il ricordo di un amico. Poco dopo la notizia dell’assalto al locale e del blitz in corso della polizia, Aloke Kumer, professore dell’università di Calcutta e grande amico di Ishraz, ha iniziato a pubblicare post ricchi di preoccupazione per la sorte della donna, affermando che sapeva che anche lei sarebbe dovuta essere a cena con alcuni designer italiani. Grazie ai post di Kumer si è scoperto che anche Ishraz era morta. Secondo questo amico e secondo molti altri che sul web l’hanno ricordata, Ishraz era una persona sempre allegra, amorevole, solare. E lei stessa, sul suo profilo Facebook, pochi giorni prima di essere uccisa, aveva pubblicato due aggiornamenti di status. In uno scriveva: «La chiave per la felicità è stare lontano da persone negative, anche se li si conosce da molto tempo. Restare beati, rimanere felici». Nell’altro, aveva condiviso una foto in cui era scritto: «Essere un amante, non un combattente. Ma sempre lottare per ciò che si ama».

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