La dignità di Prandelli

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Adesso che Cesare Prandelli si è dimesso, assumendosi tutta la responsabilità del fallimento tecnico in Brasile, alcune considerazioni s'impongono. Riguardano i commenti e i giudizi non tecnici che, da più parti, sono stati emessi su di lui.
L'uomo e il personaggio Prandelli sono stati tacciati di essere troppo per bene, troppo educati, troppo equilibrati. E ancora: un ct addirittura troppo amico di Renzi, addirittura troppo sacrestano perché crede in Dio e, anche da allenatore dell'Italia, non ha mai perso l'occasione di mettere in pratica i valori che ispirano la sua vita, mettendo la Nazionale al servizio delle cause giuste e forte di un'esperienza dolorosissima, qual è stata la tragedia di Manuela, che ha segnato la sua vita e ha rafforzato la sua fede.
Alcune di quelle considerazioni malevole  e meschine fanno venire il voltastomaco e confermano la saggezza tibetana sui moti dell'animo umano: quando viene sera, anche le ombre dei nani sembrano giganti.
Nessuno misconosce o sottace o minimizza gli errori di natura calcistica commessi dal ct Prandelli commessi in occasione della Costa Rica. E ci mancherebbe pure che Cesare non avesse il diritto di sbagliare: in quattro anni, ha ricostruito la Nazionale fatta a pezzi in Sudafrica, è diventato vicecampione d'Europa, ha vinto il bronzo alla Confederations Cup, si è qualificato ai mondiali con due turni d'anticipo e pure imbattuto, ma in Brasile ha sbagliato troppo e le critiche tecniche sono state implacabili: rientra nel rischi del mestiere.
Ciò che è insopportabile è il pregiudizio e la frustrazione, la cattiveria e la malignità. Prandelli ha una colpa sola: essere un ct troppo per bene. Come Enzo Bearzot. È in ottima compagnia. Per questo, la sua dignità non ha prezzo. E ha dato un calcio anche a quei 5 milioni di euro lordi in due anni che gli avrebbe garantito il contratto in scadenza il 30 giugno 2016 e per il quale avrebbe pagato le tasse sino all'ultimo centesimo, come ha sempre fatto. I moralisti d'accatto sono serviti.

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