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Fabrizio Pulvirenti di Emergency

Il medico soldato contro ebola «Ho fatto soltanto il mio dovere»

Il medico soldato contro ebola «Ho fatto soltanto il mio dovere»
Persone 03 Gennaio 2015 ore 11:23

Fabrizio Pulvirenti ce l’ha fatta. Il medico di Emergency ammalatosi di ebola in Sierra Leone e trasferito all’Istituto Spallanzani di Roma il 25 novembre è completamente fuori pericolo. Il bollettino diramato dall’autorità sanitaria non lascia adito a dubbi: nel suo sangue non c’è più traccia del virus.

Dopo 39 giorni trascorsi in stretto isolamento all’interno della struttura ospedaliera romana, il medico ha incontrato i giornalisti, sorridente e grato nei confronti dei colleghi che lo hanno curato e a cui ha rivolto parole di calda riconoscenza: «con il personale dello Spallanzani si è creato un rapporto amichevole, li ringrazio uno per uno abbracciandoli perché quello che è stato fatto per me credo sia davvero grande». Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, pure lei raggiante, ha commentato: «è una giornata di grande felicità per me e per tutti gli italiani. L’Italia comincia bene l’anno». Lo può ben dire, anche perché il ministero ha fatto un ottimo lavoro, soprattutto nel coordinare i contatti con l’estero. Spagna e Germania, infatti, hanno inviato sieri molto importanti per la guarigione di Pulvirenti. Anche Gino Strada, in collegamento via Skype dalla Sierra Leone, si è unito ai festeggiamenti: «Sono molto contento, un saluto fraterno all'amico Fabrizio, nessuno di noi ha mai dubitato che ce l'avrebbe fatta».

 

++ Ebola:medico Emergency, oggi in Sicilia, poi Africa ++

 

Fabrizio Pulvirenti non vuole essere definito un eroe, né un untore. Lo ha scritto nella lettera inviata il 26 dicembre ad Emergency e lo ha ripetuto durante la conferenza stampa precedente la sua dimissione dall’ospedale. «Sono solo un soldato», ha detto, e la metafora è così bella e pulita che piace ricordarla ancora una volta. I soldati fanno il loro dovere e capita che vengano feriti: così è stato per il medico, il quale aggiunge di essere stato «meno fortunato dei miei colleghi perché mi sono contagiato». «Mi sono contagiato», ha detto, e non «sono stato contagiato»: come se il contagio non presupponesse sempre almeno due soggetti (colui che contagia e colui che viene contagiato), ma fosse una complicazione sgradevole da risolvere entro i fragili confini di un corpo che ha avuto la sventura di accogliere in sé il nemico, ebola. Il medico ha poi chiarito che «risalire al momento del contagio è praticamente impossibile», perché le misure di prevenzione sono sempre state rispettate.

La battaglia contro il virus è stata lunga e difficile. Pulvirenti ricorda che «i primi giorni per mantenere la mente impegnata analizzavo ogni sintomo scientificamente, poi la luce della coscienza si è spenta ed ho un buco di due settimane delle quali non ricordo nulla. Qui il medico è stato spiazzato dal paziente, come è giusto che sia». Ha avuto paura, perché «sarebbe da stupidi non avere paura di ebola», ma fortunatamente tutto si è concluso per il meglio. Ora, da buon soldato, il medico ha annunciato la sua intenzione di tornare in Sierra Leone, per portare a termine ciò che ha iniziato. Di nuovo, nessun eroismo: solo tanto senso del dovere (che è virtù anche italiana) e una inossidabile deontologia professionale. Intanto, Giuseppe Ippolito, il direttore scientifico dello Spallanzani, ha dichiarato che il sangue del medico guarito, contenente gli anticorpi attivi contro il virus, sarà inviato in Sierra Leone per creare plasma in grado di guarire i malati.

 

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Il ministro Lorenzin ha promesso che verranno stanziani 4 milioni di euro per completare la nuova ala di alto isolamento dello Spallanzani. Sarà inoltre conferita la medaglia d’oro per la sanità pubblica a Emergency e un’onorificenza a Pulvirenti per il suo «valore e coraggio». I quattro farmaci sperimentali utilizzati per curarlo saranno resi noti a fine gennaio, una volta che sarà completata la procedura con l'Organizzazione mondiale della sanità.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito Fabrizio Pulvirenti una delle eccellenze italiane, ma non (solo) per una questione di titolo accademici e di prestigio professionale. L’eccellenza di cui si parla è quella di chi sa fa fare il lavoro per cui ha studiato e lo fa consapevole dei rischi che comporta. Nessun folle eroismo, ma un impegno meditato giorno per giorno. Sempre il solito discorso sui buoni sentimenti, dirà qualcuno. Forse. Ma in fondo è proprio questo che tiene ancora a galla l’Italia. Non dimentichiamolo.