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Il calcio errante dello Shakhtar Lucescu lo racconta a Bergamopost

Il calcio errante dello Shakhtar Lucescu lo racconta a Bergamopost
Persone 05 Settembre 2015 ore 19:15

Venerdì pomeriggio. Il pullman dello Shakhtar Donetsk arriva a Zingonia da Carpi, dove gli ucraini hanno giocato la sera prima: qui scarica i giocatori e lo staff. Tempo un quarto d’ora e la squadra è già in campo ad allenarsi, per preparare al meglio la sfida con l’Atalanta del giorno successivo: «Per noi questa è diventata l’abitudine», spiega Mircea Lucescu, allenatore di una squadra che, da ormai un anno e mezzo, ha dovuto forzosamente reinventarsi, da simbolo radicato nella regione del Donbass a club errante tra città dell’Ucraina e d’Europa. La guerra, dalle parti di Donetsk, non smette di far sentire i suoi fischi stridenti, così il club più forte della nazione, in 10 anni diventato una potenza anche nel vecchio continente, è stato costretto ad abbandonare la sua casa: «La scelta di venire in Italia a fare amichevoli è anche per questa ragione, avere campi per allenarsi».

 

 

L'exploit della sua carriera. Lucescu è uno di quegli uomini di calcio vecchio stampo: faccia ruvida, occhi piccoli, pazienza e silenzi. Uno che non vuole perdersi un secondo di allenamento dei suoi ragazzi, nemmeno mentre corrono lungo il campo, e alle interviste si presenta in tuta e scarpe coi tacchetti. Alle spalle una lunga relazione con lo sport più bello del mondo, che in passato lo ha portato pure ad allenare in Italia (a Brescia rimase cinque anni e vinse pure un Anglo-Italiano), ma che da ormai dieci stagioni gli ha offerto una nuova giovinezza in Ucraina. È lui la mente che ha ispirato l’ascesa dello Shakhtar, che in meno di due decenni è diventato il club più forte del Paese. Certo, dietro ci sono i soldi di Rinat Akhmetov, magnate considerato da Forbes il 39esimo uomo più ricco al mondo. Ma le squadre non si costruiscono solo su nomi altisonanti: occorre saperli far giocare assieme, rodare gli automatismi, creare le tattiche. E in questo Lucescu ha dato tutto di sé.

 

 

L'esilio da Donetsk. Da almeno un anno, però, lo Shakhtar gioca lontano da casa: la Donbass Arena, lo stadio gioiello costruito per gli Europei del 2012, è stato infatti colpito da alcuni colpi di mortaio sparati nei combattimenti tra filorussi e ucraini. Peggio è andata al centro d’allenamento del club, che ha subito ben più danni. «Così siamo stati costretti a scappare a Kiev: per un periodo abbiamo vissuto in albergo, poi finalmente abbiamo trovato casa». Era l’estate del 2014: il club era a Lione per un’amichevole, pochi giorni prima era stato abbattuto l’aereo MH17 della Malaysia Airlines, proprio nei cieli ucraini. E tutto il mondo parlò dello Shakhtar quando alcuni giocatori brasiliani, per la paura, si rifiutarono di tornare in Ucraina: «In realtà a fargli pressione era la gente che gli stava intorno», dice oggi Lucescu, «volevano approfittare della nostra situazione per portarci via alcuni dei nostri talenti». I ragazzi poi tornarono, ma lo Shakhtar aveva intanto scelto di abbandonare Donetsk: casa a Kiev, partite a Lviv. Un’ora e un quarto di aereo in mezzo: «Anche quello è uno stadio costruito per gli Europei, ma il club locale, il Karpaty, non lo voleva: avevano giocato due gare e le avevano perse tutte. Dicono che porta sfortuna. Così ci siamo andati noi ed è diventato il nostro campo. Ma da allora praticamente viviamo in aereo».

 

 

Dai brasiliani agli ucraini. Per questo lo Shakhtar è diventato un club nomade, sballottato da una parte all’altra dell’Ucraina col sogno di tornare sempre là, nella sua casa di Donetsk, «la Donbass Arena, uno degli impianti migliori al mondo». Lucescu analizza alla perfezione il crollo che c’è stato in questo anno e mezzo. Il discorso è semplice: «Prima giocavamo davanti a 40mila tifosi, ora facciamo gare con 500 biglietti venduti. Quale giocatore vuole venire a lavorare in queste condizioni?». Tanti dei brasiliani in rosa hanno salutato: Luiz Adriano, Fernando, Douglas Costa… La squadra perde l’anima che l’ha resa brillante. Lucescu non ne fa una tragedia. «Ora dobbiamo ricominciare dai giovani. I brasiliani che sono rimasti sono professionisti, non vogliono andare via. Però, quello che prima facevo coi loro connazionali oggi cerco di farlo con gli ucraini: mi rendo conto che i sudamericani non potranno giocare all’infinito in queste condizioni. Le nostre partite sembrano gare di allenamento».

 

 

I risultati... Non è un caso che i risultati dello Shakhtar siano cambiati, e di molto. La scorsa stagione sono arrivati secondi in classifica, perdendo per la prima volta il campionato dopo uno stradominio di cinque anni. Non è facile giocare un po’ qua e un po’ là, «e così gli altri club, Dinamo Kiev e Dnipro, ne approfittano: sono passati da 5-10mila tifosi a 50mila. Se vinci viene sempre più pubblico». In più ci si metta che il campionato ora conta solo 14 squadre, «e avevamo proposto di riformularlo: che senso ha giocare così pochi? Io proponevo di fare play-off e play-out: con meno partite viene più pubblico, e si hanno gare secche più credibili. Non c’è stato nulla da fare: gli altri grandi club si sono opposti». Ma ciò che manca di più a Lucescu e lo Shakhtar sono i propri tifosi: «Questo club è tutto per il Donbass. Noi non vediamo più i nostri supporters, ma sappiamo che ci sono: un tifoso rimane tale anche quando la squadra retrocede, o addirittura non c’è. Ecco, in fondo io sono contento per i risultati dello Shakhtar perché possono dare un po’ di speranza a questa gente. Arrivare secondi, qualificarsi alla Champions, sono cose che, magari, a chi ci segue da Donetsk possono offrire un po’ di speranza e un di gioia. Così sentiamo l’obbligo di dare loro un po’ di conforto. Poi il nostro presidente dà tanto alla popolazione di Donetsk: ha trasformato lo stadio in un centro dove arrivano e vengono distribuiti aiuti umanitari».

 

 

E le squadre russe? Infine, i club russi. Rivali che lo Shakhtar non potrà incontrare mai in campo europeo: la Uefa evita che squadre di queste due nazioni vengano sorteggiate assieme. «E un po’ mi dispiace. Pensa che quando è inverno il nostro campionato si ferma, così siamo sempre stati soliti fare amichevoli con chi aveva il nostro stesso problema: Cska e Zenit. Ora non potremo più farlo, ed è un peccato: noi non avremmo alcun problema a giocare con queste squadre. Quello che la gente non capisce è che il calcio può essere fattore di unione in queste situazioni».

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