In questi giorni il professor Stefano Coniglio, docente dell’Università di Bergamo, è negli Stati Uniti per lavoro, nei pressi di Philadelphia, in visita a un collega che lo ospita.
Partiamo dalla definizione di Intelligenza Artificiale?
«Quando ero studente c’era un professore che sosteneva che i ricercatori di successo erano coloro che prendevano una cosa inventata per le sedie e la applicavano alle finestre. È una metafora che funziona per spiegare l’Intelligenza Artificiale, dove spesso abbiamo un’unica tecnologia che va bene per quasi tutto. Il cuore pulsante dell’IA sono le reti neurali, approssimazioni molto grezze del cervello umano. È affascinante come un sistema progettato per distinguere le foto dei cani dai gatti non sia troppo dissimile da uno costruito per discriminare le mail che contengono spam da quelle che invece hanno un contenuto legittimo».
Dal suo osservatorio, Bergamo è un territorio che più subisce i cambiamenti oppure in qualche modo ne è artefice?
«Per come conosco io Bergamo, credo che sia un territorio in transizione tra questi due aspetti. Osservo attività industriali pur piccole ma molto, molto attive, che raccolgono varie spinte propositive e innovative che nascono direttamente dal territorio. È da tre mandati rettorali che l’ateneo bergamasco ha compiuto il “salto oltre le valli”, capendo che possiamo (e dobbiamo) parlare non solo con la Bergamasca ma anche con quello che c’è al suo esterno e quindi tessere reti con le realtà milanesi che, storicamente, hanno dominato la scena lombarda. Credo che Bergamo sia in un’ottima posizione per guidare il processo innovativo che stiamo vivendo».
Dal suo curriculum emergono esperienze in Germania e Inghilterra. Si considera un cervello in fuga?
«Diciamo che per molto tempo sono stato un expat. Vista la situazione in cui versavano, e parzialmente versano ancora, gli atenei italiani, mi era chiaro che trovare una posizione in Italia non sarebbe stato facile e, quindi, che l’estero fosse la via maestra. Allo stesso tempo, c’era la fascinazione (peraltro molto radicata anche oggi nei miei studenti) di lasciare la penisola e approdare in un’altra dimensione. Ma è proprio stando fuori che ho cominciato a rivalutare tutto quello che l’Italia offre, una percezione condivisa con tanti colleghi che come me sono rientrati. Diciamo che serve una certa età per poter apprezzare a fondo il proprio Paese d’origine».
Per esempio?
«Magari dico una stupidaggine, ma di sagre di paese, organizzate anche solo per stare insieme e passare del tempo, nel Regno Unito non ne ho mai viste. Qualche cosa in Germania, ma senz’altro di dimensioni diverse. Per fare un altro esempio, ho tenuto alcune lezioni sullo stesso tema dell’Intelligenza Artificiale nei Cte di Bergamo (Centri per tutte le età, ndr) con gruppi anche di 40 pensionati venuti apposta perché interessati e poi rimasti a parlare e scambiare pareri. Un’esperienza decisamente arricchente e che nel Regno Unito (…)