Tratta i clienti come se fossero amici che arrivano in casa per fare due chiacchiere. Pazienza e savoir-faire sono i segreti di Giuliana D’Ambrosio. Considera il lavoro un gioco. Dice che quando non sarà più così, abbasserà la saracinesca della trattoria al civico 58 di via Broseta, a Bergamo.
Per tutti è la Giuliana. Ma sui documenti c’è Giulia.
«Siamo terroni. Alle nuove generazioni davano i nomi delle nonne. E, appunto, la mia si chiamava Giulia. E infatti sono stata battezzata con quel nome. Solo che avere due Giulie in trattoria creava confusione. Così per tutti sono diventata Giuliana, anche se mia mamma continuava spesso a chiamarmi Giulia».
Nel 2026 saranno 83 anni di attività. Quando ha cominciato?
«A dieci anni, quando è morto mio papà. Aiutavo mia mamma, facevo il caffè. Il locale era già un punto di ritrovo per i giocatori dell’Atalanta, che trascorrevano le mattinate sfidandosi a bocce nei campi del ristorante. Allora andavo a scuola dalla Sacramentine. Ogni tanto mi dimenticavano là e la mamma mi mandava a prendere. Una volta era così, se ti dimenticavano a scuola non succedeva niente. Adesso è un’altra storia».
Le piaceva studiare?
«Poco. Però ero abbastanza sveglia, imparavo alla svelta. Così, invece di frequentare le classiche medie (di fare la maestra neanche per idea), mi sono iscritta alle commerciali, all’istituto Amedeo di Savoia. Non era male. Mi ricordo ancora la visita agli stabilimenti della Sanpellegrino. Dopo ho studiato, spedita per forza dalla mamma, segretaria d’azienda. Poi mi sono iscritta a corsi di estetista, di vetrinista, di ceramica e sartoria e, in ultimo, la scuola di gastronomia».
Ho letto di un’aspirazione a diventare hostess di volo…
«I requisiti li avevo: ero più alta di adesso, non portavo gli occhiali, avevo passato tutti gli esami tranne quello di inglese. Avrei potuto studiarlo, ma non mi andava. Così da hostess di volo sono passata a cameriera di terra, qui in trattoria».
Com’era la trattoria “di una volta”?
«Non c’era tutta questa gente ai ristoranti. Il menù era essenziale: pane e stracchino, polenta, salame, uova sode, ciliegine sotto spirito… Era la classica osteria: carte, boccette, biliardo, il gioco del pirlì, tra l’altro proibito».
E le bocce?
«Avevamo due campi. Adesso ne è rimasto uno, ma non ci gioca più nessuno. Poi, con il Covid, mi hanno lasciato mettere i tavoli».
Lei è stata campionessa di bocce.
«Il premio più bello è stato in Svizzera, a Lugano, nel 1967. Un primo posto favoloso (…)