Durante il covid

La Zanica degli Anni Cinquanta ha salvato il dottor Emilio Galli durante la pandemia

In un programma di Radio 24, l’ex primario di Nefrologia dell’ospedale di Treviglio ha raccontato come la scrittura lo abbia tenuto vivo

La Zanica degli Anni Cinquanta ha salvato il dottor Emilio Galli durante la pandemia

C’è un’immagine che la Bergamasca porta incisa sulla pelle come una cicatrice: quella dei giorni in cui il mondo si fermò, lasciando spazio solo al rumore delle sirene e al silenzio irreale delle strade deserte. In quella trincea si trovava lo Emilio Galli, all’epoca primario di Nefrologia a Treviglio.

In occasione della giornata in ricordo della pandemia, il medico zanichese ha deciso di riaprire quel diario del dolore ai microfoni di Radio 24, nel programma di Matteo Caccia. Un racconto che non è solo cronaca medica, ma un viaggio umano tra l’orrore del Covid e la salvezza trovata nella scrittura. Se di giorno era un dottore in guerra, di notte Galli diventava uno scrittore di gialli soft ambientati nella Zanica degli anni ’50 per estraniarsi da quelle scene drammatiche.

Il libro di Emilio Galli

Galli è a Parigi il 4 gennaio 2020, quando riceve le prime e-mail sulla polmonite virale a Wuhan: «Penso: “I soliti cinesi con i soliti virus influenzali. Va beh, passerà come sono passate le altre infezioni”», ricorda. Ma il 21 febbraio, mentre il primario tiene una lezione a medici e infermieri in stage, nota un collega distratto dal cellulare. Lo richiama, ma la risposta gela l’aula: «Scusi Galli, ma sto leggendo che a Codogno hanno trovato il primo caso di Covid-19».

Inizialmente Galli minimizza: «Va bene, un solo caso! Continuiamo», ma è solo l’illusione di un istante. Nel giro di pochi giorni i contagi si moltiplicano e arrivano a Treviglio. Il 29 febbraio, di sabato, il reparto di Nefrologia si trasforma: vengono creati percorsi sicuri e regole ferree per i dializzati.

Ma è già tardi per contenere l’onda. La situazione precipita: arrivano i primi morti, il personale inizia a risultare positivo e l’ospedale si scherma dietro mascherine, guanti e sovra-camici impermeabili. La guerra è ufficialmente iniziata.

Il racconto di Galli si fa spettrale quando descrive l’atmosfera fuori dall’ospedale: «A marzo 2020 mi reco al lavoro. Per strada non c’è nessuno. Vedo una volpe che si ciba di un uccello in mezzo alla strada. Mi ferma una pattuglia dei carabinieri. Quando mostro il tesserino, il carabiniere si mette sull’attenti e mi dice: “Grazie per quello che fate”. Arrivo in ospedale e conto nove autoambulanze ferme fuori dal Pronto soccorso dalla notte. Sono pieni anche i bagni. Ho paura».

In reparto, la realtà supera ogni immaginazione (…)

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