Ricordi, errori e nuove sfide

L’ex portiere Michael Agazzi si è raccontato in “Aperitivo che Spacca”

A 42 anni, l'ex professionista guarda al passato con consapevolezza e al futuro con nuovi obiettivi, come la formazione e i giovani talenti

L’ex portiere Michael Agazzi si è raccontato in “Aperitivo che Spacca”

Una serata per ripercorrere una carriera nel calcio, ma soprattutto per parlare di ciò che arriva dopo. Nella serata di ieri (giovedì 24 settembre) nel ristorante “Spacca” in via Angelo Maj a Bergamo (gestito dai fratelli Alex e Manuel Lucon), ha ospitato l’evento della “Football Club House”, una realtà bresciana che sede a Desenzano del Garda (che vede al timone il team padre-figlio Silvio e Mattia Broli) che si occupa di network, formazione e consulenze in ambito calcistico.

Ospite della serata l’ex portiere Michael Agazzi, che ha raccontato davanti al pubblico la propria esperienza dentro e fuori dal campo, dagli inizi nel settore giovanile dell’Atalanta fino alla Serie A e alla nuova professione costruita dopo il calcio giocato.

Dall’Atalanta alla Serie A

Da sinistra: Michael Agazzi e Mattia Broli

Agazzi, 42enne di Villa d’Adda, ha iniziato il proprio percorso calcistico nel settore giovanile atalantino, riuscendo poi ad arrivare ai massimi livelli del calcio italiano. Nel corso della carriera ha vestito, tra le altre, anche le maglie di Milan, Chievo Verona e Cagliari.

L’incontro, intitolato “La mia vita prima e dopo il calcio d’élite”, è stato soprattutto un’occasione per parlare di esperienze, relazioni, errori e consapevolezze maturate nel corso degli anni. Ed è proprio guardando al passato che Michael ha raccontato con emozione uno degli aspetti che oggi considera più importanti: il rapporto con le persone.

«Ero troppo focalizzato sul risultato»

La sua carriera è stata caratterizzata da una forte dedizione al lavoro. Un insegnamento ricevuto fin da bambino dalla famiglia, con il padre muratore e la madre casalinga, e trasformato negli anni in una vera e propria filosofia di vita: «Il grande insegnamento era quello del lavoro quotidiano» – ha spiegato Agazzi, evidenziando come questo principio lo abbia accompagnato durante tutta la carriera.

Ma quella stessa determinazione, con il tempo, ha avuto anche un altro effetto. Durante gli anni trascorsi nel calcio professionistico, l’ex portiere era talmente concentrato sulla prestazione e sul risultato da arrivare a trascurare le relazioni con i compagni: «Ero talmente focalizzato sul giocare bene la partita e allenarmi bene che tutto il resto non era importante» – ha proseguito.

Oggi, con una prospettiva diversa, Michael considera quella chiusura uno degli aspetti della propria carriera che avrebbe voluto vivere diversamente: «Mi sono perso delle occasioni per una mia chiusura» – ha in seguito ammesso, sottolineando anche di aver compreso soltanto successivamente quanto le relazioni possano essere importanti anche nel calcio.

La lezione più difficile: imparare a divertirsi

Tra le riflessioni più personali della serata c’è anche quella legata al divertimento. Michael ha spiegato di essersi goduto poche partite durante la propria carriera. All’inizio, quando ancora non era pienamente consapevole di ciò che stava vivendo, e alla fine, quando aveva già capito che il percorso da professionista stava per terminare.

Nel periodo centrale, invece, a prevalere erano la tensione, la ricerca della prestazione e il bisogno di controllare ogni dettaglio. Una consapevolezza che oggi cerca di trasferire anche ai ragazzi che allena: il risultato non può essere l’unico parametro attraverso cui valutare un percorso: «Non guardate l’esito, non è importante», è uno dei messaggi che Agazzi porta con sé nel lavoro quotidiano con i giovani.

Il calcio come punto di partenza

Nonostante le difficoltà, Agazzi non rinnega il calcio. Anzi, continua a definirsi profondamente innamorato di questo sport: «Vedo partite, cerco di formarmi, cerco di capirlo» – ha aggiunto. Anche oggi una partita può diventare per lui un’occasione per riflettere e chiedersi come fare meglio, dentro e fuori dal campo.

Il calcio, nella sua esperienza, è stato anche un vero catalizzatore di opportunità. Una convinzione maturata anche grazie all’incontro con Massimo Cellino durante gli anni di Cagliari, quando il presidente gli spiegò proprio il potere del calcio nel mettere in relazione persone e realtà differenti. Da qui nasce anche l’importanza che Agazzi attribuisce oggi al networking e alla formazione.

La paura del “dopo calcio”

Uno dei passaggi più delicati della sua esperienza è stato il momento in cui ha iniziato a pensare alla vita dopo il calcio professionistico. Agazzi ha ammesso di aver avuto paura del futuro già negli ultimi anni della carriera. A 28 anni si era iscritto all’università, arrivando poi alla laurea, proprio perché sentiva la necessità di prepararsi a ciò che sarebbe arrivato una volta chiusa la carriera.

«Uno può guadagnare tutti i soldi del mondo, può fare quello che vuole nel calcio, ma la serranda scende» – ha spiegato. E quando quella “serranda” si abbassa, essere preparati può fare la differenza. Da alcuni tentativi iniziali, compreso un investimento immobiliare che non gli aveva dato ciò che cercava, è arrivato poi un nuovo percorso insieme a Matteo, amico e compagno di una parte della sua carriera. È nata così una realtà articolata in diversi ambiti, dalla formazione alle attività legate allo sport.

Dai professionisti ai bambini: la nuova sfida

Tra i progetti a cui Agazzi è oggi maggiormente legato c’è l’Accademia del portiere. Un’attività partita con appena cinque o sei bambini e arrivata progressivamente a coinvolgerne circa 70-80. Un progetto che rappresenta per l’ex portiere non soltanto un lavoro, ma una delle sue principali motivazioni quotidiane. Il percorso coinvolge bambini e ragazzi di diverse fasce d’età e mette al centro non soltanto la tecnica, ma soprattutto la consapevolezza: «Il mio grande obiettivo è rendere il portiere consapevole» – ha spiegato.

L’idea è infatti quella di formare giovani capaci di comprendere ciò che fanno, imparare dagli errori e diventare persone migliori, indipendentemente dal fatto che riescano o meno ad arrivare al calcio professionistico.

Agazzi: «La fiducia è indispensabile»

Nel rapporto con i ragazzi, secondo Michal, la prima cosa da costruire è la fiducia. L’allenatore deve riuscire a entrare in relazione con il giovane atleta e conquistare la sua fiducia, perché soltanto in quel momento il ragazzo può davvero lasciarsi guidare, ascoltare e mettersi in gioco: «Se tu hai fiducia di una persona, dai anche quello che non hai» – ha spiegato.

Un approccio che richiede una formazione continua anche da parte dell’allenatore. Agazzi lo ha imparato direttamente sul campo, ricordando i primi allenamenti con pochi bambini e la necessità di studiare per capire come lavorare meglio: «Se non ti formi, non studi ogni giorno e non capisci dove stai andando, non lo puoi fare» – ha sottolineato con fermezza.

L’esperienza in Terza Categoria

Tra le esperienze che più lo hanno aiutato a comprendere il significato del calcio c’è anche quella vissuta in Terza Categoria. Michael ha scelto di allenare i portieri di una squadra per capire cosa spingesse una persona che aveva lavorato per dodici ore in un cantiere o in una fabbrica ad arrivare comunque all’allenamento la sera.

La risposta, secondo lui, è stata la passione. Un’esperienza che gli ha permesso di osservare il calcio da un’altra prospettiva e di comprendere quanto questo sport possa continuare a rappresentare qualcosa di importante anche lontano dai riflettori del professionismo.

Il consiglio ai giovani: divertirsi

Proprio ai giovani che sognano di diventare professionisti Agazzi ha rivolto uno dei messaggi più significativi della serata: «Dare consigli non mi piace mai» – ha premesso.

Poi ha parlato come se dovesse rivolgersi al se stesso di molti anni fa: impegnarsi, mettercela tutta, ma senza dimenticare di divertirsi: «Nel momento che non ci si diverte più, provare a capire il perché e vale cambiare strada» – ha spiegato. Un invito a vivere il percorso senza considerare il risultato finale come l’unica misura del proprio valore.

I ricordi dei bergamaschi incontrati nel calcio

Il legame con Bergamo è rimasto centrale anche attraverso le persone incontrate durante la carriera. Dopo essere cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta, Agazzi ha condiviso il proprio percorso con diversi calciatori bergamaschi arrivati a giocare ad alto livello.

Tra i nomi ricordati durante la serata ci sono Rolando Bianchi, Andrea Lazzari, Michele Canini, Davide Astori e Mario Morosini. Più che il singolo nome, però, Agazzi ha sottolineato il valore di ritrovarsi sui campi professionistici dopo essere cresciuti nello stesso territorio: una soddisfazione condivisa e un motivo d’orgoglio.

Una nuova fase della vita

A 42 anni, Michael Agazzi guarda quindi alla propria carriera con occhi diversi. Il calcio resta una parte fondamentale della sua vita, ma non è più soltanto quello giocato. È diventato formazione, relazione, lavoro con i giovani e possibilità di continuare a imparare.

Forse è proprio questo il filo conduttore della serata: la carriera può finire, ma il percorso personale non si ferma. E per Agazzi la sfida di oggi è continuare a crescere, imparando anche ad aprirsi maggiormente agli altri.