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Ora che c'è il film nelle sale

La vita straordinaria di Zamperini

La vita straordinaria di Zamperini
Persone 29 Gennaio 2015 ore 11:03

D’accordo, è nato in America. Ma da genitori entrambi italiani - di Verona a voler essere precisi. Quindi è italiano. Parliamo di Louis Silvie Zamperini, detto Lou, nato a Olean (NY) il 26 gennaio 1917 e morto a Los Angeles un anno e mezzo fa.

Oggi, 29 gennaio, esce nelle sale italiane il film Unbroken, che Angelina Jolie ha prodotto e diretto per illustrarne la vita. Non sembra che la pellicola sia poi questo grande capolavoro. «Una storia epica di resistenza e coraggio, Unbroken non rende grazia alla memoria di Louis Zamperini, eroe di guerra morto il 2 luglio del 2014. Aveva novantasette anni, più pudore e più fiato della sua pallida agiografia» ha sentenziato Marzia Gandolfi su Mymovies. Una stella soltanto. Film a parte, Zamperini doveva essere davvero un bel tipo. E non solo per l’aspetto fisico: qui sotto lo vediamo mentre ispeziona la fusoliera del suo B-24D Liberator Super Man - un bombardiere - forata dalla contraerea giapponese.

 

ZamperiniAndSuperMan

 

Dicevamo che era nato nei pressi di New York. Ma quando aveva due anni la famiglia si trasferì a Torrance, sulla costa californiana, e da allora in poi il suo nome sarebbe rimasto legato a questa cittadina. Veloce come il vento, fu chiamato “Torrance Tornado” e oggi perfino l’aeroporto è intitolato a lui. In casa parlavano italiano - cioè, supponiamo, veneto - e alla difficoltà linguistica si sarebbero attaccati i coetanei per farlo segno di gesti pesanti di bullismo. Va tuttavia ricordato che nel quartiere, come riportano le cronache, coabitavano gruppi diversi di immigrati europei - Olandesi, Tedeschi, Greci, Italiani, Portoghesi - ai quali si aggiunsero in un secondo tempo Messicani, Ispanici e Latinos.

Forse la lingua era l’ultimo dei problemi del ragazzo, che il padre cercò di rinforzare facendogli fare pugilato. Fortunatamente il fratello maggiore Pete capì che non era quella la strada da percorrere: Lou doveva esser semplicemente portato via da quell’ambiente. Era magrino, e a pugni non ce l’avrebbe mai fatta a tenere a bada i teppistelli locali. Lo portò con sé a correre. E a forza di correre («I had to run, run, run», «Dovevo correre, correre, correre», è scritto nella biografia The Great Zamperini scritta da Laura Hillebrand) il ragazzo diventò dapprima il campione locale, poi nazionale, e finalmente poté partecipare alle Olimpiadi. Le Olimpiadi di Berlino, quelle nelle quali Jesse Owens fece irritare Hitler. Gareggiò nei 5000 metri classificandosi ottavo. Ma fece un ultimo giro così strepitoso che il Führer stesso lo mandò a chiamare per complimentarsi con lui. Un bianco, finalmente. Che però riuscì ad arrampicarsi come un gatto sul pennone sul quale sventolava la bandiera del dittatore e a portarsela via senza ammainarla. Coi suoi 19 anni e 178 giorni Zamperini è a tutt’oggi il più giovane americano ad aver ottenuto la qualificazione olimpica in quella specialità. E non era nemmeno la sua, come il giro veloce lasciava capire.

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E in effetti, tornato in patria ed entrato per meriti sportivi all’Università della California Meridionale, la celebre USC, si dedicò a correre il miglio (1600 metri) dove - la classe non è acqua - ottenne un 4 minuti e 8 secondi destinato a durare quindici anni come record dei giochi universitari. Avrebbe certamente infranto il muro dei quattro minuti - ne erano tutti convinti - se allo scoppio della guerra non avesse deciso di abbandonare l’atletica per arruolarsi in aeronautica. Aveva ancora in tasca parecchi pugni da restituire, evidentemente.

Fu spedito nel Pacifico, l’oceano davanti a casa. E qui decollò la sua leggenda. Andò così: di ritorno da una missione contro i musigialli giapponesi il suo aereo - un bombardiere B24 - risultò conciato tanto male da esigere un periodo di sosta prolungata per riparazioni. A Lou fu affidato allora il compito di ricognitore su un altro bombardiere, il B-24 The Green Hornet. Questo particolare esemplare della serie era però noto per essere un “lemon” (limone), termine che popolarmente indica qualsiasi aggeggio - dal tostapane a un carroarmato - che non abbia mai funzionato a dovere. E in effetti Il Calabrone Verde si piantò in mezzo all’oceano. Degli 11 uomini di equipaggio 8 morirono e gli altri tre si trovarono su un gommone a 850 miglia (1,370 km - da Bergamo a Saragozza o a Copenhagen (quasi)) a sud di Oahu (Hawaii). Per 47 giorni i superstiti vagarono alla deriva bevendo la pioggia, respingendo gli assalti dei pescecani, mangiando carne degli albatros che riuscivano a catturare e usandone i resti come esca per i pesci, restando miracolosamente illesi sotto gli attacchi aerei giapponesi. Robinson Crusoe? Un dilettante. Uno di loro morì di stenti al trentatreesimo giorno di deriva; gli altri due si trovarono ad approdare alle Isole Marshall, dove furono immediatamente catturati dalla Marina Imperiale Nipponica e messi nelle mani di personaggi che, tornata la pace, furono riconosciuti e condannati dalla Norimberga del Sol Levante per essere stati tra i peggiori criminali di guerra (noi siamo abituati a pensare ai criminali nazisti, ma i loro colleghi orientali furono - se possibile - ancora peggio).

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Il nostro Zamperini fu spostato in diversi campi, torturato a più riprese, dichiarato disperso e poi morto in combattimento e infine restituito alla patria nella doppia - e scomodissima - condizione di eroe nazionale e di straccio umano. Nel 1946 si sposò con la donna della sua vita, Cyntha Applewhite, che lo salvò per la terza volta (prima il fratello, poi i giapponesi alle Marshall, infine lei). Non riusciva a dormire, aveva iniziato a bere forte, sognava continuamente di strangolare un uccello (Mutsuhiro Watanabe, detto “Bird” (uccello) era stato uno dei suoi aguzzini. Era nella lista, stilata dal Generale Mc Arthur, dei 40 peggiori criminali da catturare), stava impazzendo. La moglie lo convinse a frequentare le assemblee di un predicatore evangelico di successo, Billy Graham. Lui figurarsi se voleva andare a sentire un predicatore, a cantare inni e battere le mani dondolando: ma alla fine accettò. E Billy Graham lo salvò la quarta volta: e questa volta da se stesso. Gli spiegò che la cosa da fare, in casi come il suo - l’unica cosa da fare - era perdonare chi gli aveva fatto tanto male. Lou capì cosa voleva dire questa cosa del perdono. Non è facile capire bene cosa significhi quella parola, ma lui lo capì, al punto che Bill Graham lo fece poi ambasciatore della sua chiesa in tutti gli Stati Uniti. Ma prima ancora di diventare ambasciatore gli incubi scomparvero. Bel colpo.

 

 

Così il naufrago della leggenda si recò a Tokyo, per visitare il carcere di Sugarno dove erano rinchiusi i criminali di guerra. Messi tutti in fila, quelli che vollero fare un passo avanti per dichiarare di averlo riconosciuto li abbracciò uno a uno dicendo loro che li perdonava. Alcuni di essi - raccontò poi Zamperini alla CBN - si convertirono al cristianesimo in seguito a questo gesto. Tralasciamo tutti gli onori e i riconoscimenti che ebbe da allora fino a quando, in occasione delle Olimpiadi Invernali di Nagano (Giappone) l’81enne eroe di pace e di guerra fu chiamato a coprire una tappa del percorso della fiaccola olimpica. Nell’occasione tentò di entrare in contatto con Mutsushiro “Bird” Watanabe per accordare anche a lui il perdono, ma il più feroce di quanti lo avevano maltrattato - che era riuscito ad evita la prigione - rifiutò di incontrarlo. Troppe televisioni in giro, si pensò.

Nel 2005 - quattro anni dopo la morte della sua Cynthia - volle rivedere lo stadio di Berlino dove tutto era iniziato. Era la prima volta che ci tornava. Nel maggio 2014, pochi mesi prima di lasciarci a causa di una polmonite, era stato nominato gran maresciallo della Rose Parade 2015 di Pasadena. La parata si effettua a capodanno e questa volta era dedicata alle “Inspiring Stories”, come dire “Vicende Umane che Potrebbero Far Venire in Mente a Qualcuno di Imitarle”. Non ce l’ha fatta a esser presente, ma se guardate le immagini penserete che non gli è andata malissimo. Come non ha potuto essere in sala alla prima del “suo” film (meglio per lui, avrà pensato Marzia Garolfi) parlando del quale aveva ricordato come Laura Hillenbrand, l’autrice del libro da cui è tratta la pellicola, gli avesse chiesto una volta dove potesse trovare - per intervistarli - i colleghi del college e i compagni con cui aveva combattuto. «Ora che il libro è finito», aveva detto «tutti questi amici sono morti. È triste quando capisci che li hai davvero persi, ma ora ho una nuova amica, Angelina Jolie. Lei mi vuole bene sul serio, mi abbraccia e mi bacia. Quindi, non mi posso lamentare». In effetti.