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In carcere senza prove

65 giorni in sciopero della fame Ora è libero, ma rischia la vita

65 giorni in sciopero della fame Ora è libero, ma rischia la vita
Persone 24 Agosto 2015 ore 12:05

La Corte Suprema di Israele ha deciso di liberare Mohammed Allan, avvocato palestinese da oltre 65 giorni in sciopero della fame perché in detenzione amministrativa. Data la criticità delle sue condizioni di salute, l’uomo rimarrà in ospedale e verrà trattato come un paziente come tanti. Non potrà essere legato al letto e potrà ricevere le visite della sua famiglia. Allan, dopo un periodo di coma, si era risvegliato la scorsa settimana e aveva rifiutato l’ultima proposta delle istituzioni israeliane, che gli chiedevano di accettare la deportazione per quattro anni fuori dal Paese.

Chi è Mohammed Allan. Mohammed Allan, 31 anni, era stato arrestato vicino a Nablus nel novembre 2014, quando un gruppo di militari israeliani aveva fatto irruzione nella sua casa. Lo ammanettarono, perquisirono l'abitazione e poi lo portarono nel suo studio legale, perquesendolo e sequestrandovi molti documenti. Quindi lo portarono in una località sconosciuta. La famiglia venne a sapere solo in seguito che Mohammed era in prigione nel carcere di Megiddo, in Galilea, nel nord di Israele. Le accuse a suo carico erano quelle di essere una minaccia per la sicurezza della zona, e di essere un attivista della Jihad islamica. L’ordine di detenzione amministrativa è stato spiccato sulla base di un file segreto, visibile solo al giudice militare che lo ha condannato. In passato l’uomo era già stato arrestato, con accuse più o meno simili, nel 2006 e poi nel 2011.

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Lo sciopero della fame. Allan ha cominciato lo sciopero della fame dopo che l’ordine di detenzione amministrativa a suo carico è stato rinnovato dopo i primi sei mesi. Come conseguenza del gesto ottenne il trasferimento dapprima nel carcere di Beersheva, nel sud del Paese, in isolamento, poi a Eshel e quindi nell’ospedale del carcere di Ramleh, la biblica Arimatea. Le sue condizioni di salute sono peggiorate e l’uomo è stato trasferito al reparto di terapia intensiva dell’ospedale Soroka di Beersheva e poi all'ospedale Barzilai, vicino a Ashqelon. Qui i medici hanno sempre rispettato la volontà di Allan di non alimentarsi e gli hanno somministrato solo farmaci salvavita e flebo di nutrienti, in accordo con il paziente e il suo avvocato.

Caso emblematico. Quello di Mohammed Allan è uno dei casi più emblematici di detenzione amministrativa, perché fino a oggi i servizi segreti israeliani non hanno prodotto alcuna prova concreta a sostegno di questa tesi. Ormai per i palestinesi Mohammed Allan è già un martire, e tutta la popolazione è vicina alla sua causa. Per giorni, prima che la Corte Suprema lo liberasse, si erano tenute molte manifestazioni in Israele, in Palestina e a Gerusalemme, soprattutto sulla Spianata delle Moschee, per chiederne la liberazione immediata. Manifestazioni contrastate dalla destra israeliana più estrema, quella dei coloni, che ha organizzato un controcorteo nei pressi dell’ospedale dove Allan è ricoverato, per bloccare 200 avvocati palestinesi che esprimevano solidarietà al loro collega.

Cos’è la detenzione amministrativa. L’ordine militare 1226, cioè la detenzione amministrativa, è una delle piaghe del sistema carcerario israeliano. È una pratica in uso in Israele per tenere in prigione senza prova e senza sentenza persone sospettate di essere un pericolo per la sicurezza pubblica. È un periodo di sei mesi rinnovabili, e quasi sempre viene prolungato. Interessa, almeno teoricamente, tutti: possono essere detenuti anche stranieri e cittadini israeliani. Né i prigionieri né i loro avvocati possono conoscere le accuse contenute nei dossier che hanno portato al loro arresto. La prassi delle detenzione amministrativa era in uso ai tempi del mandato britannico, per combattere il terrorismo sionista. Una pratica a quei tempi condannata da giuristi come Moshe Dunkelbum, futuro capo della Corte Suprema Israeliana. Il diritto internazionale autorizza questa procedura cautelare solo in casi speciali e non come pratica continuativa. Dal 1967 oltre settecentocinquantamila palestinesi, di cui 23.000 donne e 25.000 bambini, sono stati detenuti nelle prigioni israeliane, ossia circa il 20% del totale della popolazione palestinese dei territori occupati.

La legge sull’alimentazione forzata. Gli scioperi della fame per protestare contro la condizione in cui versano i prigionieri in detenzione amministrativa è una prassi che si è diffusa con una certa frequenza nelle carceri israeliane, quantomeno perché è uno strumento per far parlare del problema e per chiedere un processo equo. Le chiamano proteste delle pance vuote e per contrastare il fenomeno Israele ha approvato una legge che permette ai medici di somministrare a soggetti in sciopero la nutrizione contro la loro volontà per cercare di tenerli in vita. La legge ha incontrato l'opposizione dell'associazione medica di Israele, che considera l'alimentazione forzata una forma di tortura, e ha esortato i medici israeliani a non rispettarla. Un’idea condivisa anche dall’Associazione israeliana per i Diritti Civili, che ha ricordato come l’alimentazione forzata sia una pratica vietata e come «ogni decisione sulla procedura medica, compresa l’alimentazione di una persona, deve essere fatta da un team medico indipendente e in base ai diritti legali del paziente», tra cui spicca il consenso alle cure.

Mohammed Allan ora è libero. Ma è in fin di vita.

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