Persone
Una persona fuori dal comune

Il monaco che ispirò don Camillo

Il monaco che ispirò don Camillo
Persone 03 Febbraio 2015 ore 11:44

Chi fosse e cosa abbia fatto Padre Paolino si legge brevemente qui e in maniera più estesa nel libro di Fiorella Perrone “Le avventure di un monaco in bianco e nero” (Siena, Edizioni Cantagalli, 2014, pagine 190, euro 12). Da leggere assolutamente.

Il bianco e nero non allude alla televisione ma ai colori dell’abito dei benedettini trappisti, perché Padre Paolino era appunto un monaco nell’Abbazia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento di Frattocchie, vicino a Roma. Sua sorella - la bellissima Stefania, poi Madre Cecilia - era invece monaca di Clausura delle Benedettine del Santissimo Sacramento di Milano. Cosa avessero insegnato ai figli i coniugi Beltrame Quattrocchi - i primi marito e moglie beatificati proprio in quanto marito e moglie dopo diversi secoli - è dunque chiarissimo. Anche il primo dei loro quattro figli era sacerdote.

 

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Padre Paolino (al secolo Cesarino Beltrame Quattrocchi) era quel che si dice un personaggio. Una persona davvero fuori dal comune. Ma tanto fuori. Al punto che se qualcuno ci fosse venuto a dire che, rivoltosi al Signore perché aveva perso un treno, gli fu dato il permesso volare (senza aereo) da Roma a Milano per andare a predicare gli esercizi nel convento della sorella, gli avremmo creduto senza fare una piega.

Dall’Osservatore Romano riportiamo almeno questo pezzo: «All’indomani dell’armistizio, partecipa attivamente alla Resistenza come agente segreto, mentre la famiglia a Roma nasconde e aiuta numerosi fuggiaschi, in alcuni casi usando come travestimento le tonache dismesse dei figli. Nel 1944, padre Paolino si reca di persona a Salò, al ministero della Guerra, e ottiene la sospensione della pena capitale di ventisei partigiani parmensi. In altre occasioni intercede presso il carcere di Parma a favore di alcuni condannati a morte con l’accusa di connivenza al fascismo». Forte, no?

 

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La predica che lo ha fatto conoscere a chi scrive riguardava dei topi che avevano eletto una forma di parmigiano stagionato a luogo privilegiato per la meditazione. Lui sosteneva che si trattava di una situazione diffusa, ma non esattamente condivisibile.

Adesso - in occasione dell’uscita del libro - veniamo a sapere che Giovannino Guareschi potrebbe essersi ispirato a lui per il personaggio di don Camillo. Lo avrebbe conosciuto - anzi: certamente lo conobbe - nel campo vicino alla stazione di Pescantina (tra Verona e il Garda) che padre Paolino aveva organizzato alla fine della guerra per accogliere i reduci dal fronte e dar loro un aiuto a raggiungere casa il più presto possibile.

Certo: il prete della bassa e il frate benedettino avevano in comune la straordinaria energia e l’infaticabile dedizione al Signore. Ma avevano anche alcune caratteristiche molto diverse. Don Camillo è un figlio del popolo, ha i modi grossiers di chi ha tenuto tra le mani la vanga e il piccone.

Padre Paolino proviene da tutt’altra storia: la mamma era una Corsini di Firenze (vedi, se non altro, papa Clemente XII), il padre, per quanto nato a Catania, era nel giro alto della borghesia romana. Quando si sposarono, tanto per capirsi, lo fecero nella Cappella Corsini della Basilica di Santa Maria Maggiore. Erano amici di Don Sturzo e di De Gasperi; lei era stata crocerossina durante la guerra. Don Paolino entrò a san Paolo Fuori le Mura quando era abate Ildefonso Schuster, che sarebbe diventato Arcivescovo di Milano. Forse Guareschi ha voluto fondere in un solo personaggio una figura ascetica, affilata - quel che si dice un principe - con l’anima popolare e massiccia del cristianesimo in cui si identificava anche fisicamente.

Chi lo sa. Invece una cosa è certa: ogni volta che si ha occasione di parlare di Padre Paolino ci si sente meglio. Più allegri. W Padre Paolino.