Persone

Nessuna giustificazione ai violenti E tuttavia il buonsenso occorre

Persone 10 Gennaio 2015 ore 12:07

L’orrore della strage a Parigi è negli occhi e nel cuore di tutti. Non ci sono mezze misure da usare per condannare senza se e ma questo brutale atto di violenza. Se ne parla ovunque, negli uffici, per la strada, nei bar e sui social network che sono oggi le piazze virtuali nelle quali si incontrano e scontrano le opinioni più disparate, anche le più singolari quando non bizzarre. Inoltre il nostro caro, vecchio italico vizietto di schierarci come fossimo allo stadio per una o per l’altra squadra, questa mentalità "Lazio-Roma", spesso offusca la chiarezza delle circostanze sottraendo logica e fondatezza agli argomenti.

Da giornalista di lungo corso mi sento indignato ed emotivamente coinvolto, troppo: la libertà di stampa è una conquista che va difesa sempre e a ogni costo perché è l’indizio di un Paese dove i diritti civili sono rispettati, in cui per nessun motivo possono essere  imposti bavagli o censure. E questo ovviamente nel rispetto delle regole, delle leggi e specialmente delle persone.

Perché scrivere implica una grossa responsabilità a prescindere dal supporto e dal tipo di espressione grafica: parole, disegni, video. Chi professionalmente si vale di questi mezzi deve essere custode e propagatore di quei codici deontologici che sono alla base e a garanzia di un lavoro ben pensato e ben costruito in scienza e coscienza, per mutuare questa espressione da altri ambiti.

Spesso mi è capitato di fare riferimento su queste pagine al buonsenso: un concetto che sembra abbia smarrito il suo significato originale, come d’altronde succede per tante altri aspetti della vita. Il buonsenso era il sestante, la bussola istantanea e spontanea con la quale anche la persona meno attrezzata culturalmente trovava un buon orientamento, qualcosa di molto vicino alla prudenza e alla moderazione così distanti dall’ ormai fin troppo praticato binomio  leggerezza-ipocrisia.

Parlo di quella leggerezza, di quel comportamento un po’ svampito che subito cerca rifugio nelle formulette preconfezionate così care alla nostra società impregnata di protocolli, la stessa che ha fatto dimenticare totalmente alle singole persone  il piacere di elaborare un pensiero forse magari impreciso, ma proprio.

Alludo a quella leggerezza che spinge a comportamenti "easy" e cioè poco ponderati e privi di quelle considerazioni causa-effetto che ogni buon padre di famiglia fino a qualche decennio fa conosceva e impartiva normalmente ai figli.

Così viviamo nella società dove tutto è (apparentemente) possibile, dove chiunque si svegli, che ne abbia o meno le credenziali, possa dire la sua. Questa sembra all’apparenza una forma di democrazia, ma per dirla con Platone schiude invece le porte alla tirannide. Ed è proprio quello che è successo.

Vedete, se è vero come è vero che siamo testimoni di una cultura antica, se i greci e i latini costituiscono con la civiltà di Babilonia le nostre radici dovremmo anche essere in grado di dimostrarlo nei fatti. Purtroppo di questo non siamo più troppo coscienti perché abbiamo barattato con perline colorate le nostre gemme più preziose. Essere depositari di eredità culturali e civili di antico lignaggio significa farne costante buon uso e sapere bene che questa peculiarità  dovrebbe possedere la prerogativa intrinseca del vaglio, della saggia presa di posizione e perché no del sagace calcolo.

Mi spiego meglio: se ho a che fare con una persona non proprio alla mia altezza per tutta una serie di motivi, se oltretutto immagino che il suo background si nutre spesso e volentieri di violenza e aggressività metto in atto le normali strategie di attenzione affinché non si arrivi a punti di non ritorno. Nessun merito, solo buonsenso di basso conio, eppure funzionale.

Con questo "absit iniuria verbis": nessuna giustificazione per un episodio di gravità estrema, nessuna.

Ma al contempo devo per forza puntare il dito verso un modo troppo spregiudicato se non fatuo di concepire ormai le cose del mondo. Non esiste più il principio di responsabilità nella società easy, a cominciare dai nostri marmocchi che vengono giustificati in ogni occasione da genitori confusi e resi incapaci dallo strombazzamento mediatico di un sistema che con la scusa della globalizzazione appiattisce tutto e ne provoca la degenerazione.

A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria recita una famosa legge fisica e non sono certamente le propagande sociali di moda a cambiare un fatto lapidario. Se poi invece ci lasciamo convincere che libertà e arbitrarietà siano sinonimi è possibile in qualsiasi occasione dare la stura a corto circuiti dalle conseguenze tanto imprevedibili quanto disastrose.

Per concludere: da  una quindicina d’anni siamo stati messi di fronte a un flusso migratorio senza precedenti, flusso che ha interessato praticamente la totalità dell’Europa e che poco ha a che fare, ad esempio, con la presenza magrebina in Francia, frutto di un lento e metabolizzato processo storico. Quello che è accaduto e sta accadendo nel terzo millennio è il prodotto di decisioni politiche, di scelte di valore e significato economici, spesso incomprensibili e quasi sempre imperscurtabili. Ogni europeo è stato messo di fronte a un fatto compiuto: accettiamo anche questo, significa che così doveva essere nella dinamica delle cose.

Però queste aperture anche fin troppo generose presentano necessariamente il difetto delle maglie troppo larghe, stupirsene è assurdo. Ecco il punto dolens del nostro sistema.

Sorprendersi dei fatti di Parigi è ontologicamente ipocrita, come in quei film in cui alla vigilia della catastrofe i soliti politicanti vanesi ti assicurano che tutto va bene e non c’è di che allarmarsi. Ecco, in questo clima di irragionevole faciloneria, nell’easy importato da oltreoceano come fosse un valore aggiunto di un qualche pregio, in quel far credere tutto possibile e praticabile si nasconde la vera insidia di questa nostra disorientata società. Un mondo, il nostro, incapace ormai di distinguere, di saper dare un valore e una dimensione ad ogni cosa.

No, non siamo in una demenziale fiction americana, le vite pesano e non si possono mettere a repentaglio ignorando o sottovalutando con chi ci si misura.

Stavolta amaramente l’happy end è mancato.