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Intervista esclusiva a Roberto Longhi

Il veggente del Misma. «Lei mi disse: "Sono Miriam, la madre di Gesù, non spaventarti"»

La sua storia ha suscitato perplessità, entusiasmo, scetticismo e speranza. Negli anni diverse visioni, la prima nel 1988 sul Colle dei Pasta

Il veggente del Misma. «Lei mi disse: "Sono Miriam, la madre di Gesù, non spaventarti"»
Persone 17 Aprile 2021 ore 10:30

di Paolo Aresi

«È vero che lei ha visto la Madonna?». Roberto Longhi è seduto in questo piccolo locale per il ristoro sopra Cornale di Pradalunga, il fuoco crepita nel camino. Longhi ha gli occhi tranquilli, fermi. Dice: «Sì, l’ho vista, sotto il Misma, al Monte Bastìa».

Roberto Longhi ha 73 anni, è di Cenate Sotto, è sposato con due figli. Nella vita ha fatto il muratore, mestiere che - ci tiene a precisarlo - ha svolto fino alla pensione. La sua semplicità è disarmante. Longhi è conosciuto come “il veggente del Misma”, la sua storia ha suscitato entusiasmo, perplessità, scetticismo, speranza. Per la prima volta, parla con un giornalista di questa esperienza, cominciata con la visione del 20 gennaio 1988.

Che cosa è successo trentaquattro anni fa?

«Stavo tornando a casa, ero stato dal commercialista a Bergamo, avevo una piccola impresa edile. C’era buio, freddo, c’era nebbia, pioveva. Come sempre, a Negrone ho preso la strada della Tribulina e poi sono salito verso il Colle dei Pasta. Andavo piano, si vedeva poco. A un certo punto ho notato una luce che partiva dal terreno e saliva tra la nebbia, mi sono chiesto da dove provenisse. A quel tempo, la strada non era illuminata, c’erano solo i fari della mia macchina. Ho rallentato, sono arrivato nel punto da dove la luce veniva... vidi una colomba. La colomba mi fissò e la vidi negli occhi, ma non erano laterali come negli uccelli, mi guardavano dritti. Ho provato una sensazione di gioia come non mi era mai capitato, che non posso descrivere. E poi mi sono perso. Mi sono ritrovato con l’auto nel garage di casa, tre chilometri più sotto, senza rendermi conto».

E poi che cosa ha fatto?

«Mi ricordo quell’impressione di risveglio, di leggerezza. E un senso di calma, di beatitudine che non ho mai più perso, che provo ancora oggi. Però io vorrei fare un passo indietro e raccontare qualcosa di prima, di quando ero ragazzo».

Prego.

«Io sono il terzo di sei fratelli, sono nato nel 1948. Mio padre era muratore, mia madre casalinga. Ogni mattina, mia madre andava alla Messa Prima, alle 5.30 e mi svegliava. Io non le ho mai detto di no. Da adulto, mi sono chiesto perché mia madre chiedesse a me e non ai miei fratelli. A undici anni andai a fare il garzone da un panettiere a Sesto San Giovanni, dormivo su un materasso nel magazzino, a volte sentivo i topi corrermi sulla pancia. Ma le 7.500 lire al mese che guadagnavo erano preziose per la mia famiglia. Poi cominciai a lavorare con mio padre e mio fratello, imparai a fare il muratore».

«Era la fine di agosto del 1966, avevo diciotto anni, era tardo pomeriggio di domenica e presi la bici per andare a Chiari al lavoro, dormivamo là durante la settimana, lavoravamo per sistemare le cantine Soldo. Mi dispiaceva lasciare la casa, la mamma ed esagerai, finsi di piangere. Mia madre mi disse, in bergamasco: “Non fare finta che presto piangerai davvero”. La notte fra lunedì e martedì stetti male, ebbi gli incubi. Il giorno dopo arrivò a Chiari mio cugino, lo vidi scendere dall’auto, dissi subito: “È morta la mamma”. Lui rispose che non era morta, ma che stava male, che era in ospedale, a Bergamo. Andai subito a trovarla, ma non era cosciente, aveva avuto un ictus. Era il 3 settembre 1966 quando morì».

La sua vita cambiò?

«Mio padre mi disse che dovevo amministrare la casa e preoccuparmi per mio fratello Bruno che aveva soltanto sei anni. Quasi tutte le notti sognavo mia madre, una volta le chiesi come era il mondo di là. Lei rispose: “Lè talmente bèl che so mìa spiegatel”».

In quel 20 gennaio 1988, la sua vita è davvero cambiata.

«Sì, in un certo senso, sì. Il giorno dopo quello strano incontro andai a lavorare dai frati Cappuccini di Bergamo e raccontai al padre superiore, Cesario Pesenti, di Città Alta, quello che mi era successo, lui disse che poteva davvero trattarsi di un messaggio ultraterreno, che poteva essere che il Signore mi volesse regalare una specie di riconoscimento per qualcosa di buono che avevo fatto. Oppure che fosse una specie di contatto, perché aveva un compito da affidarmi. Comunque, non dissi niente ad altri».

Perché?

«Perché temevo di venire frainteso, ero preoccupato di come l’avrebbero presa. La sera uscivo di casa e andavo a pregare nel boschetto, con la corona del Rosario in tasca, quasi di nascosto, sì, non volevo che i miei familiari o la gente mi prendessero per un esaltato. Mi accorsi di conoscere a memoria tutti i misteri del Rosario e tutte le litanie. Un giorno, con altri muratori stavamo mangiando qualcosa nei giardinetti vicino al vecchio Bla Bla a Scanzorosciate. Un compagno mi guardò, mi disse: “Per me tet ensìt al Totocalcio, una bella cifra”. E poi aggiunse che avevo qualcosa di strano “Te me fét quase pura”, disse. Io gli lasciai credere alla storia del Totocalcio. Un’altra volta un mio compagno si picchiò una martellata sulla mano e bestemmiò,d’istinto si voltò verso di me e mi chiese scusa».

Lei poi ha avuto altre visioni.

«Pochi mesi dopo, era il 7 maggio, mi trovavo in auto sul rettilineo dopo il ponte di Gorle in direzione Scanzo, verso il semaforo che a destra vai a Pedrengo. Ero andato al bar vicino al ponte, era sabato sera, verso le dieci e un quarto. Stavo tornando a casa: vidi una stella e dalla stella venivano giù dei raggi che disegnavano come un piccolo santuario nel cielo. Mi fermai sulla strada in corrispondenza di Rosciate, vidi quel santuario di luce toccare la cima del Monte Bastia. Le automobili passavano, ma sembrava che nessuno si accorgesse di niente. Mi scesero due lacrime. Ripresi l’auto e salii di nuovo alla Tribulina e quindi al Colle dei Pasta, mi fermai al piazzale dove c’è la salumeria e poi di nuovo alla chiesa di San Rocco: il santuario di luci era sempre sul monte Bastia. Poi lo vidi risalire nel cielo, verso la stella, e sparire. In tutto, il fenomeno sarà durato mezz’ora».

Non ha pensato agli extraterrestri?

«Confesso che ci ho pensato, sì».

E quindi?

«Quindi quella sera andai a dormire tranquillo e sereno e il giorno dopo accompagnai mio figlio a giocare a calcio. Provavo un incredibile senso di normalità. Fu il lunedì sera che dopo il cantiere salii al monte Bastia, a piedi. Ero stanco, dopo dieci ore di lavoro e arrivai su spossato. Pensai che forse avrei trovato un segno, come se fosse atterrato un disco volante, ma non c’era nulla. Provai un moto di nervosismo, ma poi subentrò quella calma che avevo avvertito la sera della colomba. Estrassi il rosario dalla tasca, cominciai a pregare. Fra il secondo e il terzo Mistero ci fu un colpo di vento che fece muovere le fronde degli alberi, io mi spaventai un po’... improvvisamente vidi come un flash, come se mi facessero una fotografia. Vidi che in quella luce c’era una donna con un bambino in braccio, lì davanti a me. Aveva un sorriso appena pronunciato, lei mi disse: “Io sono Miriam, la madre di Gesù, non spaventarti, fai tutto quello che ti chiederò, ma non dire a nessuno che mi hai vista, e sarà più facile per te”. Aveva due occhi immensi. Tranquillamente, è poi andata via». (...)

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