Di giorno serve caffè e accoglie i clienti al Check In, bar di Oriocenter di fronte all’Apple Store. Appena può, però, Pietro Gatti sostituisce il bancone con ramponi e piccozza per affrontare spedizioni di alpinismo estremo. L’ultima lo ha portato sul Monte Elbrus, nel Caucaso russo, la vetta più alta d’Europa con i suoi 5.642 metri e una delle Seven Summits, le montagne più alte di ciascun continente.
Pietro, bentornato. Come è andata?
«Molto bene, avevo questo obiettivo da tempo, dato che il Monte Elbrus è una delle Seven Summits e la vetta più alta d’Europa. In precedenza avevo fatto il Denali, in Alaska. Questa volta ho deciso di affrontare la Russia: è andato tutto bene, sono arrivato in vetta ed è stato perfetto. Sono davvero contento».

Che cosa rende speciale questa montagna?
«Non è tecnica, ma è molto particolare per il clima e per le condizioni che possono cambiare rapidamente. Ha un fascino unico, anche perché, come detto, è la montagna più alta d’Europa e tantissimi alpinisti di tutto il mondo vogliono raggiungerla».
Quanto lavoro c’è dietro una spedizione così?
«La preparazione la devi fare in Italia, altrimenti là non ci arrivi. Oltre all’allenamento cardio, faccio uscite in bicicletta da 150 chilometri una o due volte alla settimana. Nell’ultimo mese serve soprattutto il dislivello: siccome sulle Prealpi non c’è ghiaccio, andavo sul Monte Rosa. Partivo alle quattro del mattino, salivo un Quattromila e rientravo la sera, oppure dormivo in rifugio per ripartire all’alba».

E una volta arrivati in Russia?
«Lì comincia la vera spedizione. Si sale gradualmente per acclimatarsi, dormendo sempre più in quota e aspettando la finestra di bel tempo. Noi abbiamo individuato quella giusta il 4 del mese. Ci siamo svegliati alle due di notte (…)