Persone

Pirla e tamarro di un barista

Persone 28 Gennaio 2015 ore 09:05

Forse non c’è più speranza davvero. Quella Bellezza che avrebbe dovuto salvare il mondo secondo Dostoevskij non riuscirà a salvare nessuno di noi perché l’ineleganza e il cattivo gusto ormai hanno messo radici come la gramigna. Anzi come un’erba cattiva che si reputa buona, o meglio alla stregua di certe cose giudicate naturali e alle quali nessuno fa più caso.

Ovunque il guardo giro immenso Dio ti vedo, recitava una poesia di Pietro Metastasio, che per una forma di vendetta schiumante mi verrebbe da parafrasare in altro modo esattamente nella parte finale della strofa: e voi cari lettori dall’arguzia facile avete ben capito come.

Faccio una passeggiata e il panorama del brutto in tutte le sue poliedriche forme mi balza davanti, mi aggredisce, mi toglie quasi il respiro. Hai voglia di un caffè? Bello, magari ci vai con un amico. Il momento fugace della tazzina di caffè è un rito tanto breve quanto intenso, fa parte di una tradizione italica difficilmente oppugnabile. Ma invece, dopo il "salve" scemo di rito, il barista chiede all’amico che preferisce una birra dove la vuole?

Dove la vuole...? Dunque un professionista al banco munito di una fila di bicchieri vari dietro la schiena chiede che farne della birra! Caro ragazzo, forse non ti rendi conto che stai svolgendo un servizio, sarà caso mai il coatto di turno a chiederti di bere la birra a garganella dalla bottiglia. Non si offendano i muratori: un tempo a berla così erano specialmente loro, gente semplice, sudata e affaticata da un lavoro duro. Adesso: prima la sberla del "salve" il saluto più idiota che si possa immaginare, non per la sua eziologia latina e autorevole, ma per il voler scopiazzare l’hey americano, un saluto non saluto dato per dare, mentre si pensa a tutt’altro.

Secondo schiaffone: la birra in bottiglia. Apro la discussione. La faccia del banconista sorride fessa, e pensa a tutt’altro. Poi non sa che dire e spara: è ormai una tradizione. Tradizione? Cioè pirla analfabeta, mi è scappato e chiedo venia, scambi una moda tamarra per tradizione?...  Eppure i tuoi ti hanno fatto studiare (?...) e tutta la comunità sociale ha contribuito in qualche misura a darti una formazione, ad aiutarti seppure indirettamente a farti crescere. Sei costato alla società. E ora dopo tutto questo arrivi al verdetto solonico che si tratta di "tradizione". Andiamo bene.

Chi si scandalizza più di quanto sottolineato? Nessuno. Viviamo nell’easy. I più diranno: questo è un vecchio bislacco, altri neppure si daranno la pena di capire, il resto alzerà le spalle: perché quel che non ha valore contabile non può riguardare. Alzo gli occhi prima di uscire da quel bar dove ormai so benissimo di aver fatto terra bruciata e mi accorgo che c’è una bella mensola con oggetti di vario tipo: macinini, una vecchia radio, la riproduzione di una cabriolet degli anni ’50. Sopra poster di cartoni animati, di eroi ed eroine dei fumetti. Un guazzabuglio che nell’iper relativismo imperante ti fanno passare per bello.

Devo prendere aria. Guardo una vetrina, poi un’altra. Rifletto nel riflesso del vetro: vestiamo di plastica. Poi ce la fanno lunga con i sacchetti del supermercato che adesso si rompono solo a guardarli. Naturalmente, dicono, è una scelta bio. Per me uno dei tanti business. Comunque vestiamo di plastica: giubbotti e giubbottini, tutti come omini Michelin. Ah, si chiama abbigliamento tekno. Ci penso un attimo: plastica insomma…

Per me non c’è più davvero speranza perché il danno è fatto. Ed è stato fatto  agendo nelle coscienze e incidendo a fondo col bisturi dei fast food delle mode vegane, del politicamente corretto, dei comportamenti bipolari in ogni settore della vita, con il sociale da opuscolo cassetta delle lettere.

La lobotomia è completa, il malato è guarito e ormai non si ricorda più di esserlo neppure mai stato. Se c’è qualche sopravvissuto all’intervento di massa che si rifugi da qualche parte e cerchi riparo, presto gli american-tamarri potrebbero scovarlo, oppure intenti nel nulla probabilmente lo ignoreranno e poi alla fine posteranno sul social network un bel rip perché nella futilità banale della loro brutta e squallida vita non c’è più tempo per soffermarsi e dire una preghiera.

Non appartiene alla loro tradizione.