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Moriva oggi, 50 anni fa

Quel che non sapete su Churchill

Quel che non sapete su Churchill
Persone 24 Gennaio 2015 ore 10:06

Il 24 gennaio 2015 cade il cinquantenario della morte di Winston Churchill, uno degli statisti più importanti del Ventesimo secolo. La sua è stata, senza dubbio, una vita all’insegna dell’avventura: giornalista, inviato di guerra, combattente, Primo Ministro del Regno Unito durante la seconda guerra mondiale, pittore e premio Nobel per la letteratura. Quando morì, la Regina Elisabetta II gli concesse gli onori del funerale di Stato, al quale presero parte più di 300.000 persone.

Altro che enfant prodige. Sir Winston Leonard Churchill, nato a Woodstock il 30 novembre 1874, non era certo quello che si definisce un enfant prodige. Arrogante e prepotente con professori e compagni di scuola, zoppicava in ogni materia. Prendeva lezioni private e frequentava classi di recupero, aveva problemi di pronuncia e faticava ad apprendere. Il suo calvario sui banchi di scuola durò fino all’ingresso all’Accademia militare nel 1893.

A spingerlo alla carriera militare fu il padre, autorevole esponente del partito conservatore inglese, mosso dalla smodata passione del piccolo Churchill per i soldatini di piombo. «Per anni ho pensato che mio padre con la sua esperienza e il suo intuito avesse identificato in me le qualità del genio militare – dichiarò anni dopo Winston Churchill – ma più tardi mi dissero che era semplicemente arrivato alla conclusione che non ero abbastanza intelligente per entrare nell’avvocatura».

 

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La carriera militare e il suo giornalismo sui generis. Attratto dalla guerra, nominato sottotenente, partì come osservatore al seguito dell’esercito spagnolo incaricato di reprimere la rivolta di Cuba. Venne poi mandato in India, dove iniziò anche la sua attività di giornalista di guerra, che lo appassionava molto di più della carriera militare. Per il giornalismo, del resto, era figlio d’arte: il nonno materno era il proprietario del New York Times. Nel 1898 venne mandato in Sudan, dove combatté contro i Dervisci, l’anno seguente in Africa del Sud, dove venne fatto prigioniero dai Boeri da cui riuscì ad evadere. Nel frattempo, continuava ad inviare articoli ad alcuni fra i più autorevoli giornali inglesi. Churchill era un cronista sui generis perché alle grandi abilità di scrittore univa le competenze militari e non mancava di criticare le scelte strategiche degli inglesi.

L’uomo che sconfisse Hitler. Nel 1900,  Winston Churchill si sentì pronto per una nuova battaglia: quella politica. Non ancora 26enne entrò in Parlamento come rappresentate del partito conservatore, che lasciò nel 1904 per unirsi ai liberali, i quali, vinte le elezioni del 1905, lo proposero come sottosegretario al Ministero delle Colonie.  Nel 1910, divenuto Ministro degli Interni, attuò una serie di importanti riforme in campo sociale (minimo salariale, orario massimo di otto ore di lavoro, aiuti per i disoccupati) che lo fecero diventare uno dei politici più popolari della Gran Bretagna.

Durante il primo conflitto mondiale ricoprì il ruolo di Primo Lord dell'Ammiragliato (corrispondente al Ministro della Marina Militare) ma le sue scelte militari gli costarono il posto al Governo. Nel 1924, dopo numerosi scontri con il suo partito, decise di lasciare i liberali per tornare nello schieramento dei conservatori. Nel 1940, agli albori della seconda guerra mondiale, venne nominato Primo Ministro e, in un celebre discorso agli inglesi, disse che tutto quello che poteva promettere era «sangue, fatica, lacrime e sudore». Churchill fece della resistenza inglese alla minaccia tedesca una battaglia per l’identità e la difesa della democrazia nel mondo. Insistette affinché il Regno Unito continuasse a combattere e questo fu determinante per la sconfitta del nazismo.

 

 

Un grande oratore. Il successo politico di Winston Churchill fu merito anche delle sue grandi doti oratorie: preparava meticolosamente i propri discorsi riuscendo ad attirare l’attenzione di tutti in Parlamento. Anche quando erano i suoi avversari a parlare, Churchill aveva un trucco per calamitare gli sguardi su di sé: accendeva un sigaro e non faceva mai cadere la cenere che diventava sempre più lunga e, alla fine, tutto il Parlamento lo fissava ipnotizzato per vedere quando la cenere sarebbe caduta e non ascoltava più chi stava parlando. Anni dopo Churchill rivelò che infilava uno spillone da cappello nel sigaro per essere sicuro che la cenere non cadesse.

I suoi hobby inusuali. Corporatura massiccia, piglio da combattente e immancabile sigaro in bocca (si fece addirittura modificare la maschera antigas per poterlo fumare), è l’immagine che abbiamo di questo statista dal carattere pragmatico e prepotente. Winston Churchill, però, aveva anche tante passioni a cui si dedicava nel tempo libero. La più insolita è, certamente, quella del muratore: costruiva muretti e casupole e si iscrisse anche al sindacato del lavoratori delle costruzioni (l’Amalgamated Union of Building Trade Workers) dal quale fu espulso essendo un membro del partito conservatore. Inoltre, gli piaceva dipingere, perché gli dava «grandi gioie». I colori brillanti delle sue tele – come quelli delle farfalle che allevava – servivano anche a tenere a bada la depressione che lo accompagnò per tutta l’esistenza.

Più di tutto, però, amava la scrittura. L’attività letteraria e giornalistica di Churchill furono tutt’altro che una parentesi dilettantistica nella sua vita. Dalla sua giovanile esperienza nei territori di guerra trasse diversi libri di successo. Nei propri testi mescolava la realtà storico-politica con i ricordi autobiografici e le esperienze personali. Lo stile inconfondibile con cui descriveva le battaglie ed i paesaggi, il suo amore per le sfumatura e i dettagli  riuscivano ad appassionare i lettori anche su temi storici e tragici.

 

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Uno spassionato amore per la scrittura (e il Nobel). Celebri sono i suoi tomi sulla Grande Guerra (un’opera in cinque volumi intitolata The World Crisis) e sulla Seconda Guerra Mondiale (altri sei volumi dal titolo The Second World War). Fu proprio questa seconda opera a fargli vincere, nel 1953, il Premio Nobel per la letteratura. Nel discorso di accettazione del premio, pronunciato a Stoccolma dalla moglie Clementine (lui, allora Primo Ministro, era alle Bermuda per un incontro con il presidente americano Eisenhower), Churchill pose un interrogativo ancora tristemente attuale: «Da quando Alfred Nobel morì nel 1896 siamo entrati in un’era di tempeste e tragedie. Il potere dell’uomo è aumentato in ogni sfera eccetto che per quanto riguarda se stesso [...]. Raramente nella storia i fatti brutali hanno in questa misura dominato il pensiero e raramente una virtù individuale così diffusa ha trovato un focus collettivo così debole. Ci troviamo di fronte ad una domanda terribile: i problemi sono sfuggiti al nostro controllo?».

Tuttavia, convinto che ciò che contasse nella vita politica (e non solo) era il «coraggio di continuare», Churchill concluse il discorso con una scintilla di speranza: «Il mondo guarda con ammirazione e, aggiungo, con conforto alla Scandinavia, dove tre Paesi, senza sacrificare la propria sovranità, vivono uniti nelle loro credenze, nelle proprie pratiche economiche e nei loro sani modi di vita. Da tale sorgenti nuove e più luminose opportunità possono venire al resto dell’umanità».