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La camera ardente a Solza

Il triste ritorno a casa di Maria e cosa si sa sulla strage di Dacca

Il triste ritorno a casa di Maria e cosa si sa sulla strage di Dacca
Persone 07 Luglio 2016 ore 04:30

La camera ardente di Maria Riboli, la 33enne uccisa nell’attentato di sabato scorso a Dacca, è stata allestita a Solza, in via Rossini, dove la giovane mamma abitava insieme al marito Simone e alla figlia Linda. Parenti e amici si sono stretti intorno ai familiari e a fotografi e giornalisti è stato chiesto di rispettare, stando a distanza, il grande dolore di chi è stato così duramente colpito. I funerali verranno celebreranno venerdì 8 luglio, alle 16.30, nella chiesa di Borgo di Terzo.

La salma di Maria Riboli era atterrata martedì sera a Roma insieme a quelle degli altri 8 italiani morti all’«Holey Artisan Bakery». Ad attendere il feretro c’erano il marito Simone Coldara, il fratello Mauro e le sorelle Silvia e Graziella. I genitori di Maria, Francesco e Teresa, e il fratello Paolo, avevano preferito rimanere nella loro casa di Vigano San Martino per prendersi cura della nipotina Linda, di due anni e mezzo. È stato un momento struggente quello del passaggio delle nove bare avvolte nel tricolore.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva incontrato i familiari prima dell’arrivo dell’aereo di Stato, in una saletta riservata del 31° Stormo, nella zona militare dell’aeroporto. Un incontro toccante: «Ci ha detto: “Non ci sono parole”», ha raccontato Mauro Riboli. Davanti alle bare Mattarella si era fermato da solo per un minuto di raccoglimento, prima di lasciare spazio ai familiari. Straziante il saluto di don Luca Monti, che ha baciato piangendo il feretro della sorella Simona, che aveva da poco scoperto di aspettare un bambino. Ad abbracciare la bara di sua moglie c’era anche Giovanni Boschetti, miracolosamente sopravvissuto alla strage. I feretri sono poi stati trasportati al «Gemelli», dove mercoledì sono state effettuate le autopsie. L'esito ha aggiunto dolore a dolore. Secondo quanto riferito da La Stampa, i corpi dei nove italiani uccisi erano mutilati in più parti del corpo. I terroristi hanno infierito sulle vittime per straziare senza uccidere e senza dare il colpo di grazia. Sui corpi ci sono anche segni di proiettile e ordigni esplosivi. Il modo atroce in cui sono stati uccisi gli ostaggi rappresenta una anomalia negli attentati jihadisti, insieme al fatto che nessuno degli attentatori si sarebbe fatto esplodere.

 

>>>ANSA/STRAGE DI DACCA, A ROMA LE SALME DEGLI ITALIANI

 

Il sacrificio di Maria. Secondo le ricostruzioni, la giovane mamma bergamasca avrebbe perso la vita già al momento dell'irruzione, a causa dello scoppio di una granata lanciata dai terroristi proprio sotto al tavolo dove era seduta. Maria Riboli si trovava a Dacca per controllare la produzione della ditta di tessuti di Luca Tassetti, con il quale collaborava da diversi anni. Product manager nel settore tessile per la Stylelab Industry di Bergamo, viaggiava spesso per lavoro tra Cina, India, Giappone e Bangladesh. L’ultimo viaggio era cominciato una settimana fa e il rientro era previsto per martedì scorso. La prima telefonata alla famiglia è arrivata venerdì: la Farnesina ha comunicato che Maria era nel locale preso d’assalto dai terroristi. Sabato la conferma della sua morte. «Mia sorella non c’è più, è stata massacrata. Ora dobbiamo tutelare la sua bambina», aveva detto la sorella Graziella. Originaria di Vigano San Martino, dieci anni fa Maria si era sposata con Simone e si era trasferita a Solza. Due anni e mezzo fa era nata la piccola Linda, che quando la mamma era all’estero era seguita dal papà. «Voglio restare accanto a mia figlia e cerco un modo per continuare. Quello che importa adesso è guardare avanti, e so che ce la faremo. Dobbiamo farcela», aveva detto Simone Codara a un giornalista de L’Eco appena saputo della tragedia.

 

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La ricostruzione dell’attentato. Sono 28, compresi i terroristi, i morti accertati dell’attentato avvenuto nella notte tra venerdì e sabato nel quartiere diplomatico della capitale bengalese. Le vittime sono di diverse nazionalità e la maggioranza – nove - sono italiane. È il più alto numero di connazionali uccisi in un attacco terroristico dalla strage di Nassiriya nel 2003.

Alle 21.20 ora locale (le 17.20 in Italia), sette uomini armati di pistole, bombe e di una spada sono entrati nel ristorante, tradizionale luogo di ritrovo degli stranieri presenti a Dacca, sparando e lanciando ordigni. In un secondo momento hanno preso in ostaggio le persone. In seguito c’è stata una sparatoria con alcuni agenti di polizia, due dei quali sono morti. A quel punto è scattato l’allrme generale e sono iniziate le trattative per la liberazione degli ostaggi. Gli autori dell’attacco hanno posto alcune condizioni: la liberazione del leader del gruppo terroristico islamista Jamaat-ul-Mujahidden, la possibilità di lasciare il locale e un riconoscimento formale del loro gruppo come forza per il progresso dell’islam in Bangladesh. Le trattative sono durate per circa nove ore. Nel frattempo sono circolate sui social immagini di persone uccise all’interno del ristorante. Alle 7.40 locali (le 3.40 in Italia), il governo ha deciso di dare il via all’”Operazione Fulmine”. Utilizzando mezzi blindati, le forze della polizia, dell’esercito e le teste di cuoio hanno sfondato i muri e in poco più di venti minuti hanno ucciso 6 dei 7 terroristi e salvato 13 ostaggi. Altre 13 persone sono rimaste ferite, insieme a 50 militari. Secondo i rapporti della polizia, durante l’assalto e nelle ore seguenti, i terroristi hanno ucciso 20 civili, gran parte dei quali con armi da taglio e in modo brutale. Alcuni testimoni hanno raccontato che i jihadisti hanno chiesto agli ostaggi di recitare un verso del Corano per risparmiare la vita ai musulmani. Tra gli stranieri, oltre ai 9 italiani, sono stati uccisi 7 giapponesi, 1 un indiano e uno statunitense. La polizia ha ammesso di avere ucciso per errore il pizzaiolo del ristorante, un bengalese che era tra gli ostaggi.

 

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Le indagini sugli attentatori. Proseguono intanto le indagini per risalire ai mandanti e agli organizzatori di questo atto di barbarie che ha sconvolto il mondo. La polizia bengalese ha arrestato un componente del commando e da lui sta cercando le risposte necessarie a stroncare la rete jihadista. Gli attentatori erano tutti originari del Bangladesh, appartenenti a famiglie benestanti, figli di alti funzionari dello Stato, medici e professori, e avevano un alto livello di istruzione ottenuto in università private. L’Isis ha rivendicato l’attacco, ma secondo il governo potrebbe trattarsi di una mossa propagandistica, perché risulta che i miliziani entrati in azione facevano tutti parte di un gruppo radicale locale, il Jammaat-ut-Mujahedeen, che non è formalmente affiliato all’Isis, bandito dal Bangladeshda oltre dieci anni. Il gruppo si è reso responsabile di oltre 30 attacchi nel Paese, per lo più mirati contro intellettuali, atei, giornalisti e blogger.  A Dacca è stato fermato il professore universitario Hasnat Karim, che era nel ristorante per festeggiare un compleanno ed è stato ripreso da alcune immagini mentre fumava in terrazza con i membri del commando. Karim ha studiato diversi anni in Gran Bretagna e dopo aver trascorso 10-12 anni in Europa, nel 2012 è tornato per insegnare alla North South University (NSU) a Dacca, considerata la più importante università privata del paese. Secondo gli investigatori il professore avrebbe potuto conoscere i terroristi. A Karim è stato permesso di lasciare il ristorante circa mezz’ora prima che l’esercito prendesse d’assalto l’edificio. Arrestati anche il padre e i fratelli di due autori dell’attentato.

Oggi lo Stato Islamico, che subito dopo la strage aveva pubblicato le foto degli attentatori, ha diffuso un video nel quale rivendica la responsabilità della strage all'Holey Artisan Bakery, definendola una «vendetta». Nel video viene invocata la jihad in Bangladesh e si minacciano nuovi attacchi contro i «crociati» e le «nazioni crociate». «I crociati stanno uccidendo globalmente dei musulmani innocenti con aerei e bombardamenti -  viene detto nel video -. Quanto è avvenuto all'Holey Artisan è la nostra vendetta per il sangue delle centinaia e centinaia di musulmani uccisi». Nel filmato si accusa il governo bengalese di essere infedele.

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