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Sarà anche allenatore degli Esordienti

Zamblera, dalla Premier al Casazza «Ma il calcio è sempre lo stesso»

Zamblera, dalla Premier al Casazza «Ma il calcio è sempre lo stesso»
Persone 07 Settembre 2015 ore 16:00

Niente giri di parole: «Senti Fabio, te lo dico una volta sola. Pesi 107 chili. Se arrivi sotto i cento magari ti facciamo giocare, altrimenti vai pure da un'altra parte». Claudio Cambianica è un bergamasco come quelli di una volta, alle tiritere preferisce le verità di calcestruzzo: è per quello che fa il presidente del Casazza. «Così gli ho detto: sei l'ultimo della lista, non mi deludere. È arrivato al primo giorno di allenamento con 96 chili addosso. Bravo ragazzo». C'è voluta un'estate perché Fabio Zamblera, 25 anni, sudasse tutto quell'eccesso. Corsa, allenamento, mai sgarrato un giorno. Adesso dice di stare bene, che al Casazza ci pensa lui, i gol in Promozione non saranno un problema. Però questa è la seconda vita di Fabio. La prima comincia con l'Atalanta, nel settore giovanile, il talento che sboccia e arriva fino al trasferimento al Newcastle. Lo allena Alan Shearer. Sogna la Premier, la Serie A, la Nazionale. A due passi da lui, con la prima squadra, si allenano Oba-Oba Martins, Emre e Michel Owen. E poi? «Mi ero già fatto male in passato, ma nel 2010 - racconta Zamblera - mi sono rotto tutto quello che si poteva rompere del ginocchio sinistro: il crociato, due menischi e collaterale. Per non farmi mancare niente negli ultimi due anni mi sono fatto male anche al destro. La mia strada è cambiata all'improvviso».

 

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Mica male. Dolore infinito?
«Direi. Nel 2010 mi stavo allenando, ero già in Inghilterra. Per dieci minuti sono rimasto senza respirare, è stata una cosa violenta».

Poi è iniziata la riabilitazione.
«Sì. La cosa mi ha causato un calvario lungo un anno. Ho lavorato sodo a Roma, a Villa Stuart, e sono riuscito a rientrare in una condizione ideale».

Com'era la vita a Newcastle?
«Tutto parecchio grigio. Non amavo il cibo, freddo, pioggia. Avevo un appartamento in centro, andavo agli allenamenti in autobus, una vita normale».

Insomma, le mancava l'Italia.
«La vita qui è migliore, o forse è solo casa mia. E poi se tanti turisti vengono qui un motivo ci sarà…»

Com'è la vita di uno che insegue il desiderio di ritornare, sempre ritornare?
«È una frustrazione continua. Ci sono vari step da seguire, il momento di rientrare sembra non arrivare mai».

E se poi stai a 3mila chilometri Oltremanica…
«Specialmente. Sei lontano da casa, non hai nemmeno la gratificazione di stare vicino alla famiglia o almeno di poter scendere in campo la domenica».

L'impossibilità di giocare le faceva più male del dolore?
«Quei momenti erano terribili. Era un continuo lavoro, un processo di riabilitazione che però sembrava un tunnel senza fine. Ora che ho la possibilità di giocare sono molto felice».

Anche in Promozione con il Casazza e non in Serie A?
«Certo che sì, non vedo l'ora che arrivi la domenica e giocare. È lo stesso, come anni fa».

 

 

Possibile? Lei che ha giocato vicino a Owen, Emre e tutti gli altri…
«Assolutamente sì. Il calcio è calcio. Con loro avevo costruito un rapporto. Quando mi sono fatto male Emre e Martins, che parlano italiano, volevano sapere, chiedevano, ma più di tanto non potevano fare. La mia condizione personale era triste e disastrosa».

Il calcio l'ha delusa?
«Il calcio è sempre la mia passione. Mi rendo conto che quando finisce la stagione non vedo l'ora che inizi la successiva. Non avrei scelto di fare anche l'allenatore…».

L'allenatore?
«Grazie al presidente Cambianica ho iniziato anche questo nuovo percorso con i ragazzini, gli esordienti del Casazza. Io senza calcio sto male. È impossibile farne a meno».

Perdoni l'insistenza. Non l'ha delusa l'idea che avrebbe potuto fare il calciatore di Serie A?
«Le aspettative erano diverse, non volevo giocare in Promozione al mio paese. È chiaro che ci si aspettava di più. Non è andata così. Non era il mio destino, tutto qui. Ma la mia passione e la volontà di giocare a calcio rimane intatta».

Sogna mai (o fa mai incubi) legati al calcio?
«Un sogno sì: mi ritrovo a giocare con gente, ex compagni di squadra, di fronte a un grande pubblico. Ora lo vedo come un sogno irrealizzabile».

 

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Dopo il Newcastle è andato alla Samp e poi alla Roma. Che esperienza è stata quella in giallorosso?
«Stavo in Primavera con Alberto De Rossi, il papà di Daniele. Mi sono divertito un sacco. È stato bellissimo. Grande squadra, poi. Giocavo con Bertolacci e Florenzi, con loro era tutto bellissimo».

Non vi sentite più?
«Ora no. Ma con Florenzi e Bertolacci ci trovavamo spesso la sera e si giocava a poker, in stanza. Succedeva spesso che vincevo e loro rosicavano parecchio. La goliardia era tanta».

E con Totti?
«Mi sono allenato con lui. Ci si salutava, si faceva colazione insieme, ma non c'era un vero e proprio rapporto. E poi c'era Toni…».

Beh?
«Il mio idolo, una persona fantastica. Uno a cui mi sono sempre ispirato. Anche perché sono abbastanza grosso pure io».

Qual è la differenza tra un professionista e un dilettante?
«La vita fuori dal campo».

Se sei un dilettante puoi andare in disco e invece un professionista no?
«Un professionista non può permettersi di fare quello che un dilettante può fare. Deve curare tutti i dettagli della vita in funzione della partita. Il dilettante, anche per questioni pratiche come portare a casa uno stipendio, non può farlo».

E poi la gestione societaria professionistica è diversa.
«È un altro pianeta. Alla Roma per esempio avevamo tutto a disposizione. C'era una squadra di addetti che pensavano a tutto il resto, tu devi solo giocare. Magari un dilettante ha più leggerezza in certi momenti».

Ora come si mantiene?
«Sto entrando in società con una palestra. Sto studiando Economia a Bergamo per proseguire l'attività di papà. Sto cercando di avere successo nella vita, visto che in quella calcistica professionistica non è successo».

 

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Giocare a Casazza la diverte. Si sente un leader?
«Non lo so. Però il leader è uno che dimostra sul campo, senza parlare, urlare, sbraitare. I leader sono gli esempi per i compagni, i giovani dentro lo spogliatoio».

Ha mai pensato che potrebbe farsi male un'altra volta seriamente?
«È successo più di una volta che di fronte all'ennesimo infortunio dicessi basta, mi sono rotto. Provare e riprovare e vedere che il mio fisico non teneva. Ma adesso che sto bene, non ho grossi dolori, voglio giocare».

Deve tenere il peso forma...
«Tutti i vari infortuni sono stati anche causa del peso chiaramente…»

…e non far arrabbiare il suo presidente.
«Quest'estate mi ha detto: "Dai Fabio, tirati insieme". Allora sono andato alla Global for Sport, un posto dove fanno la riabilitazione, mi sono allenato, e mi sono presentato in condizioni ottimali. Il mio grosso problema è l'intolleranza al latte. Qualsiasi cosa mangi fuori dal normale ingrasso subito».

Ai bambini che dovrà allenare insegnerà il valore del sacrificio? Porterà la sua esperienza?
«Io spero di sì. Ho già parlato con un allenatore, quello che affiancherò in questa avventura. Ai più piccolo dovrò mostrare il gesto tecnico, cercare di insegnargli come si tira e tutto il resto. Ma c'è anche l'aspetto umano, quello che ho passato. E può servire anche quello».

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