Domenica 22 marzo, primo pomeriggio. Matteo Salvini cammina in strada, accanto al carro funebre con il feretro di Umberto Bossi, diretto al pratone di Pontida. All’improvviso un militante piuttosto su di età lo affianca e lo fulmina con una battuta: «Come sei elegante con la camicia verde. Sembri quasi un leghista vero». Touché.
Il segretario abbozza una smorfia. Poi sorvola. In cuor suo sa che c’è una parte della Lega, specie quella della prima ora, molto molto critica nei suoi confronti. Al suo arrivo sul piazzale dell’Abbazia qualcuno lo aveva già apostrofato male, sempre per via della camicia verde. Mentre i giornali, specie quelli di sinistra, non vedevano l’ora di scrivere: «Salvini contestato a Pontida».
Parole esagerate, forse, quelle dei giornalisti. Perfino ingenerose, forse, quelle dei militanti. Ma i primi cercano un titolo. E i secondi, d’altronde, in quel sogno professato dal fondatore del Carroccio hanno creduto fino in fondo e talvolta credono ancora. E proprio non ci stanno a vederselo scippato da una Lega che ha perso i connotati dell’Alberto da Giussano per dedicarsi al ponte sullo Stretto, nel Regno delle due Sicilie.
Quello che provano è un malumore profondo, misto a disillusione. Dettato dall’amore, la stima, l’incrollabile certezza che non hanno mai smesso di nutrire verso il capo supremo, mentre gran parte dei vertici si voltava dall’altra parte. La storica segretaria di Bossi, Daniela Cantamessa, sui social non ha risparmiato parole di fuoco. «Bossi tradito dalla Lega, altro che lacrime: prima la Notte delle scope, poi l’esilio in casa fino al finale da nonno scomodo». Il redde rationem finale.
A Pontida, al funerale del Senatur che – comunque la si veda – ha fatto un pezzo di storia di questo Paese, c’era anche un suo amico di vecchia data. Giuseppe Baggi, 81 anni, bergamasco di Sorisole. Leghista fin dagli inizi dell’epopea del Nord. E uno dei pochi che con Bossi si consultava in ogni occasione. A qualunque ora (…)