In Val Seriana

Su e giù dal monte Sasna Camminando tra neve e storia

Su e giù dal monte Sasna Camminando tra neve e storia
08 Marzo 2017 ore 06:30
Foto di Angelo Corna.

 

Lizzola, in Val Seriana, viene spesso ricordato come il paese natale di Mario Merelli, famoso alpinista bergamasco deceduto per un’incidente sulla Punta di Scais il 18 Gennaio 2012. Posto a 1250 metri, questo borgo montano vede come sua principale attrazione la presenza di piste da sci, situate sulle pendici del monte Vigna Vaga, che hanno permesso lo sviluppo dell’industria turistica nel periodo invernale e reso Lizzola uno dei principali centri sciistici della valle. Anche ciaspolatori e scialpinististi trovano su queste montagne pane per i loro denti, potendo scegliere tra numerosi itinerari che vanno dal facile al difficile. Una grande quantità di alternative, con molti sentieri che si snodano sulle montagne circostanti.

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Il sentiero CAI 307, e qualche alternativa. Il primo è quello contrassegnato con il segnavia del CAI 307, che conduce dall’abitato di Lizzola fino al passo della Manina. Durante il periodo invernale la traccia parte proprio in prossimità delle piste da sci, risalendo nel bosco con pendenza costante in direzione del Passo, posto a metri 1796. Ora il panorama si apre a 360 gradi. L’escursione potrebbe già fermarsi qua: per raggiungere il passo serve circa un’ora e mezza, a seconda dell’allenamento e della neve presente. È possibile ridiscendere seguendo un percorso ad anello, seguendo la traccia in direzione del rifugio Campell e delle piste da sci, che ricondurranno l’escursionista al punto di partenza.

I più allenati possono invece seguire la traccia che si snoda a nord/est, risalendo dapprima un piccolo dosso al quale segue un grosso e suggestivo “crepaccio”, causato dal cedimento di una delle numerose miniere presenti nel sottosuolo. Superata con attenzione questa difficoltà, si risale in direzione della bella e larga cresta, che, tra facili saliscendi su cocuzzoli senza nome, conduce alla prima croce del Monte Sasna, posata dagli abitanti di Nona sull’antecima Sud/Est a quota 2200 metri circa.

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Per raggiungere la vera vetta resta ancora un piccolo sforzo. Sempre seguendo la cresta in dieci minuti di cammino tocchiamo la vera cima, a metri 2229, dove troviamo una piccola croce sghangherata. Per arrivare qui servono quasi tre ore di cammino.

Non meno interessante, ma riservata nel periodo invernale ad alpinisti esperti, è la traccia 322, che prende il via a monte dell’abitato presso la piana di Lizzola e raggiunge il passo di Bondione, da cui si raggiunge la val di Scalve. Lungo il suo percorso incontra i suggestivi paesaggi dell’alta valle, tra cui le baite di Sasna ed il lago di Bondione. I più allenati possono dal Passo raggiungere la vicina cima del Pizzo dei Tre Confini (m.2886), montagna amatissima nello sci alpinismo orobico.

 

  

 

Al passo della Manina. Al Passo della Manina il panorama è mozzafiato. Non solo troviamo davanti a noi i giganti orobici, quali Pizzo Coca e Redorta, ma riusciamo a spaziare fino alla Val Brembana, dove spiccano Diavolino e Diavolo. Alle nostre spalle tutta la Val di Scalve con la maestosa Presolana, Regina delle Orobie. Spostando di poco lo sguardo appaiono invece il Pizzo Camino e il Cimone della Bagozza. Al Passo possiamo visitare il Santuario delle Manina, dedicato alla Beata Vergine ed edificato nel 1949 in onore del passaggio a spalla della Madonna Pellegrina. Il santuario è caratterizzato da due croci sul tetto e due altari identici all’interno, l’uno rivolto verso Lizzola in val Seriana, l’altro verso Vilminore in val di Scalve, così voluti per volontà dei valligiani. Un tempo questo valico ricopriva una grande importanza, dal momento che era l’unico collegamento con la val di Scalve. Presso il suddetto passo transita anche il Sentiero delle Orobie, che permette di toccare alcune delle vecchie miniere poste sulle pendici del monte Pomnolo, nonché di arrivare al rifugio Curò.

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Le miniere della Manina. Questo territorio è stato uno tra i più importanti complessi minerari della Lombardia. L’estrazione del ferro, già attiva ai tempi dei Romani, prosegue nei secoli fino a diventare l’economia trainante dell’intera val di Scalve, favorendo lo sfruttamento di altre risorse naturali, come l’utilizzo delle foreste per la produzione del carbone. Con l’avvento della rivoluzione industriale, verso la fine dell’Ottocento, le nuove tecniche di estrazione danno nuova vita all’attività, fino agli Anni Trenta, con la costruzione della strada Nona-Manina, tuttora esistente, e le prime teleferiche collegate direttamente ai forni fusori. L’estrazione diventa particolarmente attiva durante il secondo conflitto mondiale fino al 1944, quando le miniere della Manina vengono chiuse per riaprire di nuovo nel 1952. Cesseranno l’attività per essere poi definitivamente smantellate negli Anni Settanta.

Dal Passo è possibile scendere in direzione delle strutture che anni fa ospitavano i minatori, conosciute come Case Rosse della Manina. È presente anche il rifugio G.A.C., gestito dal Gruppo Alpinistico Celadina dal 1975. Dispone di 42 posti letto, ambienti riscaldati, bagni con docce, due cucine, due saloni, un bar e un locale invernale sempre aperto. Nei pressi del rifugio sono ancora ben visibili gli imbocchi delle miniere e i resti di una polveriera. Le tracce dell’attività mineraria si possono anche scorgere negli squarci che qua e là compaiono come grosse ferite sul fianco della montagna.

 

 

L’attacco della Manina e la vittoria partigiana. Fa parte della storia (o dei ricordi di chi c’era) l’attacco dei partigiani alla truppe distaccate al Passo della Manina. In quel periodo era considerato un presidio militare di enorme importanza, un luogo che i tedeschi dovevano assolutamente difendere e che i i partigiani dovevano invece assolutamente conquistare. E così fecero il 27 settembre del 1944, passando nelle viscere della montagna grazie alle gallerie delle miniere di ferro e sbucando proprio alla Manina, alle spalle del presidio nemico. I tedeschi vennero presi alla sprovvista dai partigiani che lanciavano bombe a mano, armati di mitraglie e fucili. Tutto si concluse in pochi minuti e la battaglia finì con due vittime: il comandante dei tedeschi e Mario Callegari, partigiano mitragliere della Brigata Camozzi. Dopo la battaglia al presidio nazifascista, che nelle intenzioni dei tedeschi avrebbe dovuto far parte della linea difensiva Voralpen Stellung (conosciuta come Blaue Linie) voluta da Hitler in persona a protezione del reich, non restò che arrendersi. L’attacco della Manina è passato alla storia come una dalle azioni partigiane più coraggiose effettuate sulle nostre montagne durante la seconda guerra mondiale.

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