Grande distribuzione

"No ai centri commerciali chiusi: così si ferma l'economia"

Per Luca Lucaroni, vice presidente vicario del Cncc, affossare il retail significa minare l’economia del Paese

"No ai centri commerciali chiusi: così si ferma l'economia"
27 Ottobre 2020 ore 15:08

Il commercio non alimentare e la ristorazione presenti nelle gallerie dei centri commerciali lombardi chiude il sabato e la domenica. La decisione presa all’unisono dal Governatore Attilio Fontana e dai primi cittadini dei capoluoghi di provincia della Lombardia, si è tramutata in ordinanza regionale.

Chiudono i centri commerciali

La causa è ovviamente imputata all’aumento incontrollato dei casi di Covid-19 e al tentativo, da parte delle forze politiche, di arginare la diffusione del virus. Una decisione che ha creato scompiglio tra le associazioni di categoria: Consiglio nazionale centri commerciali, Confcommercio Lombardia, Confimprese, Federdistribuzione e Fipe in primis.

L’intervista a Luca Lucaroni

A parlarne Luca Lucaroni, vice presidente vicario del Cncc e direttore finanziario di Eurocommercial Properties Italia. Il Cncc conta di più di 1200 centri commerciali distribuiti su tutto il territorio nazionale. Generando un fatturato complessivo diretto ed indiretto, incluso l’indotto, di circa 140 miliardi l’anno e una forza lavoro pari a 780 mila persone, come evidenziato da una recente ricerca di Nomisma.

Qual è la situazione dei centri commerciali?

«Il mondo del commercio non alimentare e della ristorazione è già stato messo a dura prova durante i mesi di lockdown. Con gli esercizi chiusi e vendite azzerate che, alla situazione attuale, prevedono a fine anno una stima di perdite del fatturato ben superiori al 30%. Stime molto alte di perdita anche per i pubblici esercizi. E ora sono arrivate le chiusure imposte nel weekend. Pur essendo consapevoli della gravità della situazione, siamo davvero stupiti, sia come associazione che come operatori, di non essere stati almeno interpellati preventivamente.

Il 2020 è stato un anno difficile per tutti, a marzo-aprile e maggio i nostri centri sono rimasti aperti solo per necessità fondamentali. Sono state investite ingenti risorse da parte dei centri commerciali e degli operatori per garantire adeguati standard di sicurezza alla riapertura. Un provvedimento come questo richiede, perlomeno, una consultazione preventiva e la volontà di andare incontro economicamente ad alcuni conduttori in difficoltà per tenere conto anche degli ingenti investimenti effettuati per garantire la sicurezza dei clienti e degli operatori».

Quali pratiche avete adottato?

«Abbiamo stilato e messo in pratica un attento protocollo basato sulla sanificazione attraverso le colonnine poste in corrispondenza degli ingressi, la realizzazione di percorsi guidati e l’utilizzo di contapersone sia in galleria che all’interno dei singoli esercizi commerciali. La regola è che per ogni visitatore debba essere garantiti 10 mq di spazio esclusivo. Alcune delle nostre realtà hanno realizzato un’app capace di monitorare in tempo reale l’effettiva presenza di persone nel centro nel suo complesso o in una determinata area.

Agosto e settembre, aiutati dai saldi estivi, hanno registrato un lento e faticoso ritorno alla normalità. L’utente medio trascorreva meno tempo in galleria rispetto al passato, ma tendeva a concentrare gli acquisti in una sola visita. Vedevamo la luce in fondo al tunnel, poi è arrivata la doccia fredda. Il tutto è difficilmente comprensibile: non si segnalano infatti casi di focolai nei centri commerciali e non c’è stata nessuna consultazione tra gli organi istituzionali e le nostre categorie coinvolte».

Fermare la filiera del retail significa mettere a rischio migliaia di famiglie. Quanto conta il week end in termini di fatturato?

«Per un centro di medie grandi dimensioni, il week end può arrivare al 40% e oltre delle vendite settimanali. In più l’ultimo trimestre dell’anno è strategico per il settore: il periodo invernale richiede acquisti più ingenti e l’arrivo delle feste è sicuramente una buona occasione per pensare a dei regali. Se le cose non cambieranno in fretta, rischiamo di tornare nell’abisso di marzo e aprile. E non si tratta solo del week end. Bollare i centri commerciali come luoghi pericolosi rischia di compromettere anche le vendite degli altri giorni della settimana».

Per anni il mondo entertainment è stato protagonista delle galleria commerciali. Che Natale vi aspettate?

«Sicuramente diverso, abbiamo ridotto o addirittura disdetto quasi tutti gli eventi tipici legati al periodo. Questo ovviamente è legato all’evoluzione della Pandemia., Ma non dobbiamo solo pensare agli eventi ludici, abbiamo dovuto rinunciare a molti eventi di tipo sociale. Non dobbiamo infatti dimenticare l’importanza del valore sociale dei centri, che sono luoghi di incontro dove è possibile trovare, tra l’altro, molti dei i servizi necessari per l’intera famiglia anche legati alla salute.

E’ importante per noi che passi correttamente il messaggio che i nostri centri sono luoghi sicuri, in cui viene prestata attenzione alla sicurezza e alla salute di ogni singolo visitatore. Non facciamoli passare, invece, come luoghi del contagio, paragonandoli alla movida. In questo senso, come Associazione, ci mettiamo a disposizione delle autorità regionali per confrontarci sui protocolli adottati e per renderli ancora più stringenti, laddove ritenuto necessario. Ma ciò deve avvenire, lo ribadisco, in un’ottica di collaborazione e di consultazione preventiva».

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