Quando si parla di stimolazione magnetica transcranica, le sue aspettative tendono spesso a divergere, soprattutto nel campo delle dipendenze. Negli ultimi anni la TMS, tecnica non invasiva che modula l’attività cerebrale tramite impulsi magnetici, è stata proposta come possibile supporto alla gestione del craving. Tuttavia, per comprenderne davvero il valore è necessario inserirla in un quadro clinico più ampio, che tenga conto di fattori neurobiologici, psicologici e relazionali. La modifica dell’eccitabilità corticale, da sola, non basta a spiegare la complessità dei comportamenti di consumo.
Fondamenti neurobiologici e ipotesi di utilizzo
La TMS si basa sull’applicazione di campi magnetici diretti a specifiche aree cerebrali. La ricerca ha individuato diversi parametri tecnici: frequenze inibitorie o eccitatorie, pattern variabili e regioni legate ai meccanismi del craving. L’idea è che le alterazioni dei circuiti motivazionali indotte dall’uso di sostanze possano essere parzialmente riequilibrate modulando l’attività elettrica cerebrale. La realtà clinica è però più sfaccettata: esistono episodi di consumo senza craving e momenti di craving senza assunzione, come descritto anche dal DSM-5. La dipendenza, quindi, non può essere ridotta a un unico meccanismo neurofisiologico.
Limiti e necessità di una visione integrata
Le evidenze disponibili coprono periodi relativamente brevi, generalmente inferiori ai novanta giorni, e non chiariscono l’efficacia della TMS nel lungo termine. Inoltre, costi e aspettative elevate possono amplificare la delusione in caso di mancati miglioramenti. Per questo la TMS acquista senso solo se inserita in un percorso di cura completo, che includa psicoterapia, farmacologia e interventi riabilitativi.
Condizioni per un utilizzo adeguato
Nei centri specializzati, la TMS viene utilizzata solo in pazienti già coinvolti in un programma terapeutico, in regime ambulatoriale o di ricovero, con supervisione di équipe esperte. Questo consente di definire obiettivi realistici, monitorare i progressi e valutare la coerenza della procedura con il percorso di cura. Come ricordato dall’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD), un uso appropriato richiede una relazione clinica solida, una valutazione attenta delle aspettative e la consapevolezza dei limiti della tecnica, evitando visioni semplificate o miracolistiche del suo potenziale.