Una collettiva fotografica nasce quasi sempre allo stesso modo. Un circolo o una pro loco lancia un concorso a tema, arrivano decine di scatti, una giuria ne seleziona una ventina e quelli restano appesi per qualche settimana in una sala del paese. Detta così sembra tutto in discesa. Poi però le venti fotografie devono arrivare davvero sulla parete, e lì comincia la parte che nel comunicato stampa non finisce mai.
Quello che succede tra la selezione e l’inaugurazione
Nella bergamasca il circuito è fitto e va avanti da anni, tra circoli storici, sagre estive e biblioteche che liberano una sala per il mese giusto. Il materiale però arriva nei modi più diversi. C’è chi porta una stampa fatta in casa con la stampante dell’ufficio e chi si è affidato a un laboratorio, chi consegna un 30×40 e chi si presenta con un formato che non è quello degli altri diciannove. Qualcuno arriva senza cornice, convinto che la metta l’organizzatore. Sulla parete la differenza si vede da tre metri, prima ancora che uno abbia letto una didascalia.
Il formato è già una scelta di allestimento
La soluzione che adottano gli organizzatori con più anni alle spalle è semplice da dire e faticosa da imporre: decidere prima. Un formato solo per tutti, e una cornice sola. Gli autori consegnano il file, la stampa la commissiona chi cura la mostra, in blocco. Costa meno di quanto sembri, tanto le lavorazioni in serie hanno prezzi diversi da quelle singole, e toglie di mezzo la trattativa con l’autore affezionato al suo passepartout dorato. Laboratori italiani di stampa e corniceria come Graphic-shot lavorano ormai spesso su commesse di questo tipo, dove l’ordine arriva da un’associazione o da un comune e prevede venti pezzi uguali da consegnare entro una data precisa. La coerenza visiva così non va negoziata immagine per immagine, arriva già dentro lo scatolone.
Tre settimane sotto i faretti
Poi c’è la durata. Una collettiva resta appesa dalle due alle quattro settimane, quasi sempre in spazi che nessuno aveva pensato per esporre fotografie, con finestre grandi e faretti puntati addosso. La carta lo sente. Il passepartout serve esattamente a questo, tiene la stampa staccata dal vetro e le lascia un po’ d’aria, così l’immagine non finisce per incollarsi alla superficie quando l’umidità cambia. Sono le voci meno appariscenti dei listini di stampa e corniceria, Graphic-shot compresa, e insieme le più richieste da chi espone con una certa regolarità: vetri trattati e tagli calibrati sul formato della stampa, invece del contrario.
Un’accortezza che gli allestitori conoscono e i debuttanti scoprono tardi riguarda i ganci. Una cornice pesante appesa a un chiodo solo ruota di qualche grado nel giro di pochi giorni, e una parete di venti quadri storti racconta della mostra molto più di quanto vorrebbe chi l’ha organizzata.
Dopo l’ultimo giorno
Finita la mostra le stampe tornano quasi sempre agli autori. Qualche circolo però ha cominciato a tenerle, e dopo dieci o quindici anni si ritrova con un archivio della propria attività che ha un valore documentario che all’inizio nessuno aveva messo in conto. In quel caso conviene conservarle in orizzontale, lontano dalla luce diretta, scrivendo sul retro autore e anno prima di riporle. Sembra un dettaglio da poco. Sono proprio le mostre di vent’anni fa quelle che oggi nessuno riesce più ad attribuire.