Di Ezio Foresti*
Negli anni della nostra infanzia c’imbattevamo spesso in una criptica affermazione che lasciava prevedere sgradevoli eventi futuri. Dopo un comportamento scorretto o un’esternazione sopra le righe, capitava di sentire sussurrare genitori e parenti, con una certa indulgenza, a l’gh’à de fa la sò passada.
Immaginavamo così una sorta di rito iniziatico, un percorso rituale che ci permettesse di dientà grancc, cioè di accedere al misterioso mondo degli adulti. Cercavamo quindi di carpire un indizio, un segnale che ci indirizzasse, almeno in parte. Ma la risposta era una sola, te l’capiré quando l’è‘l sò tép.
Crescendo ci siamo anche documentati, scoprendo che la passada altro non era che “il luogo dove passano gli uccelli in determinate stagioni” oppure, meno innocuamente, il posto in cui “tendonsi le reti per la caccia”. Quindi avevamo ragione, qualcosa di cruento c’era: la fine degli uccellini catturati nel ròcol.
Ma eravamo, ancora una volta, fuori strada. Ce lo chiariva una sorta di completamento del concetto, quel l’è mèi fàla prèst che tarde che ci metteva ancora più ansia, perché pensavamo di dover affrontare questa prova, qualunque fosse, quanto prima, per avere la possibilità di vivere una vita serena, o almeno normale.
Nel frattempo siamo cresciuti, abbiamo affrontato le traversie quotidiane, ci siamo imbarcati in avventure pericolose, evitato pericoli incombenti, sofferto per amori inconcludenti o, peggio, irrimediabilmente conclusi. A poco a poco abbiamo dimenticato l’antico ammonimento, o semplicemente non ci abbiamo più pensato.
Finché, un giorno, una rivelazione ci ha attraversato la mente. Non c’era più niente da aspettare, o da temere. Avevamo fatto, senza saperlo, la nostra passada. Ed era già venuto il momento di pronunciare a mezza bocca la frase che avevamo ascoltato un giorno lontano.
*in memoria