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Il vino bevuto a Pasqua e dintorni fa bene: “a l’và ’n tat sangh”

Un detto bergamasco crede che quanto dal fiasco vada in gola si tramuti automaticamente nel liquido vitale. È facile pensare che la frase sia stata anche causa di eccessi

Il vino bevuto a Pasqua e dintorni fa bene: “a l’và ’n tat sangh”

Di Ezio Foresti*

Il giorno in cui tutto si ferma, ol Venerdé Sant, colpisce da sempre l’immaginazione della gente. Forse perché per noi, grandi lavoratori, era strano vedere le botteghe chiuse e i campi vuoti in un giorno feriale. Destinate a incidersi nella memoria erano anche le immagini del Passio, rievocazione popolare della passione e morte del Cristo.

In alcuni dei nostri paesi ha avuto e ha un’importanza particolare, e basti citare la processione dei disciplini che si tiene in Val Gandino, ancora molto frequentata e con radici lontanissime. Persino il poeta bergamasco forse più noto, Pietro Ruggeri Da Stabello, gli dedicò un sonetto, naturalmente nel suo stile giocoso e irriverente.

E proprio il dialogo tra sacro e profano, tra religione e credenze magiche ha generato una serie di usanze, con il fondamento comune di considerare questo giorno di buon auspicio, perché preludeva alla resurrezione. La più famosa delle convinzioni dice che il vino bevuto in questi giorni a l’và ’n tat sangh, cioè si tramuta automaticamente nel liquido vitale. È facile pensare che la frase sia stata anche causa di eccessi, magari perpetrati in nome della tradizione. Uno scopo estetico aveva invece la bollitura del filo, praticata dalle donne per avere un risultato migliore nella loro opera di tessitura. L’aspersione con acqua benedetta della carta dei bachi da seta era invece necessaria per ottenere bozzoli in abbondanza.

Luigi Volpi, nel suo “Usi costumi e tradizioni bergamaschi” riporta che in Val San Martino le mogli conservavano le uova deposte in questo giorno, perché il loro mariti, bevendole, fossero protetti dal pericolo di cadere dagli alberi. In Val Gandino si preparava infine una focaccia, la cruca o crustù, con “farina di frumento, zucchero, uva candita e altre droghe”. Probabilmente una golosa ricompensa per aver sopportato i lunghi digiuni quaresimali.

*in memoria