Di Ezio Foresti*
La nota affermazione “giovedì gnocchi, venerdì pesce e sabato trippa”, retaggio del secondo dopoguerra, a Bergamo subiva una modifica l’ultimo venerdì di Carnevale, il tradizionale venerdé gnochér, giorno in cui si degustava questo piatto semplice ed economico.
Se a tavola ci si tratteneva, non si faceva altrettanto con i festeggiamenti, che erano davvero coinvolgenti, a sentire le parole di Sereno Locatelli Milesi. «Vi era il corso dei carri, con le maschere che lanciavano dolciumi e stelle filanti: lungo il tragitto, le finestre erano pavesate di cortinaggi e di belle ragazze: i cortinaggi erano agitati dalla brezza – come si dice nelle poesie e nelle novellette sentimentali -, le belle ragazze si agitavano più dei tendaggi, prodigando sorrisi e coriandoli».
Un ritratto fin troppo edulcorato per il nostro carattere, ma doveva essere davvero uno spettacolo. Basti pensare che i carri erano alti più di quattro metri, una dimensione che causò l’interruzione delle sfilate quando fu necessario tendere le reti elettriche per il tram, che sostituiva quello a cavalli e portava da Piazza Pontida a Borgo Santa Caterina.
Correva l’anno 1906 e l’ultima manifestazione fu grandiosa, con un lungo corteo chiuso da un enorme carro accompagnato per burla da vigili in alta uniforme, da un gruppo di muratori con picconi e badili e da una schiera di medici e infermieri armati di stetoscopi, clisteri e bisturi.
Una curiosa allegoria tra l’edilizio e il sanitario, quasi una deformazione grottesca di vicende che recentemente ci hanno toccato da vicino. Altre cerimonie, più legate a rituali contadini, prevedevano il rogo di fantocci come ol póer Piéro, che venivano bruciati in alcuni borghi della città e in diversi paesi.
Di tutto ciò rimane traccia nel rasgamènt de la ègia, evento di metà quaresima che ogni anno esorcizza i malanni di Bergamo dando fuoco al pupazzo che li rappresenta.
*in memoria