Di Ezio Foresti*
Siamo terra di bergamini, e non possiamo certo ignorare la materia prima con cui vengono prodotti i nostri buonissimi formaggi. Lo dimostra anche il nostro vocabolario, che racchiude un’impressionante quantità di tipologie diverse di latte.
Conosciamo così il lacc catìv, proveniente da vacca incinta, il lacc istantìt, ovvero stantio, perché è “di una nutrice che non abbia allattato da qualche tempo”. Il latte annacquato si chiama da quàt, ma anche con il poetico appellativo colùr cél.
Se è fórt è inacidito, agro, dal sapore deciso, che lo diventa ancora di più nel latte intirolàt. Lacc ispanàt è prevedibilmente quello senza panna, a cui “è stato tolto il fiore ”.
La ricerca ci porta anche a sorprese come il lacc a la crèm, “vivanda fatta di panna mista con tuorli d’uovo, anche con cioccolata o caffè, zucchero e aromi”. Il lacc de ègia non viene da una donna anziana, come lascerebbe supporre il nome, ma è semplicemente un sinonimo di rosolio, liquore dolcissimo un tempo di moda.
Raro e ricercato è invece il lacc de galina, che sta per “cibo squisito e quasi impossibile a trovarsi” ed è modellato sul progenitore latino lac gallinaceum. Ed esiste persino il lacc róss, che è semplicemente il colostro, primo latte della puerpera.
Numerosi anche i modi di dire basati sul bianco alimento. L’ó fàcia ‘n del lacc lo dice chi l’ha combinata grossa, e lasciamo immaginare il perché. L’efficace parì ü grì ‘n del lacc descrive “chi è bruno in faccia a paragone di altre persone tra le quali si trova”, e non si può dire che non renda l’idea.
Ü lacc e ì è chi ha un bell’aspetto, di persona in perfetta salute. Vègn ol lacc, infine, ha un significato un po’ amaro, perché vuol dire decidersi a fare quello che prima non si voleva, arrendersi a un’evenienza o a una persona avversa. E questo per noi bergamaschi è davvero duro da digerire, molto più del lacc intirolàt.
*in memoria