Di Ezio Foresti*
Tra gli ultimi eredi della tradizione canora bergamasca, autore di motivi che tutti abbiamo canterellato, come il leggendario L’è de ‘Lbì sulle note della beatlesiana Let it be, Luciano Ravasio è davvero ü di nòste bande.
Per confermarlo basta leggere una sua composizione, che compare nel libro “Il reame di Gioppino”, edito nel 1993. Sono passati oltre trent’anni, ma si direbbe che il nostro carattere non sia cambiato poi così tanto.
La canzone, dal significativo titolo Nóter, si apre con un dittico che introduce subito uno dei pregiudizi più diffusi sulla nostra gente: I dis che a Bèrghem, sia al vólt che in pianüra, gh’è adóma zét che l’è sènsa cültüra.
La falsa credenza è stata forse favorita dal poco interesse che nutriamo per i discorsi, e dal suono non angelico della nostra lingua. Sta di fatto che è diffusa, e che è particolarmente fastidiosa da sopportare. Anche se, come aggiunge con grande senso di equità l’autore, ghe n’è ‘n giro tance ch’i pènsa adóma a fa ‘nsèma i palanche.
È vero anche che, per il legittimo desiderio di dare un futuro alla propria famiglia, parecchi di noi al pòst del lìber, piötòst de ‘ndà a scöla, i à sircàt fò massèta e cassöla. Ed ecco spiegati, in due versi, l’interesse per la stabilità economica e la passione per l’edilizia, due capisaldi della nostra identità.
Il testo prosegue sfatando un altro mito, quello della nostra scarsa empatia. Senza dubbio siamo zét a la buna e ‘mpó malfidéta, ma siamo anche gente che se la öl bé l’è per töta la éta. Basta vedere una coppia di anziani attraversare la strada di un nostro paese per capire che è la verità.
C’è poi un altro elemento che depone a favore della nostra naturale ritrosia, che qualcuno interpreta come ruvida scorza: sappiamo bene che chi l’è tròp bù, a dàga e dài a l’passa cuiù. Per tutto questo siamo pienamente d’accordo con Luciano quando afferma: deènte gnéch se la televisiù la dis che a Bèrghem i è töcc tamburù.
*Lingua madre