Di Ezio Foresti*
La primavera arriva in silenzio e trasforma il mondo, ma in questo periodo c’è un altro avvenimento di cui non si parla, ma che ha il potere di sconvolgere la vita quotidiana di noi bergamaschi.
In italiano si chiamano banalmente “pulizie di Pasqua”, per le nostre regiure sono battaglie campali che si traducono nell’espressione bötà ‘n aria la cà.
Se a qualcuno sembra esagerata, dovrebbe viverla di persona. Pervase da una frenesia per ol nèt che alcune sale operatorie si sognano, le nostre fómne ribaltano l’abitazione da cima a fondo, travolgendo sbigottiti abitanti e ignari animali domestici.
L’operazione prevede prima di tutto lo svuotamento delle camere, che si ottiene semplicemente ordinando al marito di spostare i mòbei. Un’impresa quasi impossibile, un cubo di Rubik domestico che mette a dura prova anche ingegneri ed esperti di logistica. A questo punto restano solo i mür, le pareti nude, e questa immagine risveglia nelle consorti l’idea di una bella mà de biànch che rinnovi anche simbolicamente l’aspetto del focolare domestico.
Siccome l’èü laùr de òm, è il coniuge che solitamente rinuncia al bramato possì sul divano e mette mano a rulli e pennelli, usati però con delicatezza, a seguito del minaccioso avvertimento spórca mia.
L’asciugatura della pittura, e in generale la necessità di ossigenare gli ambienti, costringe a lassà spalancàt le finestre, anche se la temperatura esterna non ha ancora raggiunto il tepore tipico della stagione. Ed è a questo punto che trova applicazione l’öle de gómbet, profuso per scuà, löstrà, passà l’strass, fà ciapà l’aria a lenzuola e coperte, bröscià, laà e stènd.
Nel frattempo pure gli infissi, penalizzati dal confronto con i muri immacolati, necessitano di un energico trattamento ringiovanente, sempre a cura del recalcitrante artigiano di famiglia. Il quale, mentre raschia le ultime gocce di vernice dal pavimento, si augura che l’anno passi lentamente. Molto lentamente.
*in memoria