Lingua madre

Quando l’uomo doveva assolutamente avere “ol capèl”

Si chiamava Mario e nessuno lo ricorda senza sigaro e cappello: un vero bergamasco del ventesimo secolo

Quando l’uomo doveva assolutamente avere “ol capèl”

Di Ezio Foresti*

Si chiamava Mario, era nato insieme al ventesimo secolo e nessuno lo ricorda senza sigaro e cappello. Di mestiere faceva l’ostér, in un locale chiamato esoticamente Bèla Venéssia, ma prima aveva fatto il feroviér, sulla linea che portava a Bergamo. Entrambi i mestér avevano lasciato tracce nel suo carattere.

Del primo aveva ereditato un rapporto di mutuo rispetto col , una grande capacità di osservazione e la tendenza a bilanciare con il silenzio la loquacità altrui. Il secondo aveva lasciato in dote la rapidità di pensiero e movimento, in un uomo che, per non perdere tempo, se lo chiamavi si voltava di scatto, quasi con un saltello, anche alla soglia degli ottant’anni.

Com’era d’uso, considerava i suoi figli bambini, anche quando avevano abbondantemente superato i quarant’anni. Non era una questione di maturità, si trattava semplicemente del fatto che lui era il pàder, e in quanto tale dotato di una autorità che si estendeva ben oltre i limiti dell’infanzia.

Anche quando l’età ormai avanzata gli aveva quasi del tutto precluso il gusto di ü bèl bicér de róss, ordinava con la stessa perentorietà öna camamèla, che richiesta da lui sembrava un elisir prezioso e inavvicinabile. E poi intavolava una conversazione che raramente includeva una sequenza con più di quattro parole.

Con i suoi occhi di ghiaccio intimidiva nöre e neùcc, ma nel suo sguardo potevi a volte intravedere il cielo. Si narra che fosse un gran ballerino e che non disdegnasse il fascino femminile, ma nessuno avrebbe mai osato nemmeno affrontare lontanamente l’argomento, in sua presenza.

Costretto a letto per uno scherzo del suo inossidabile cör, non lasciò mai l’inseparabile cappello, e il sigaro (spento) gli pendeva sempre dalle labbra. E trovava anche il tempo di fare misteriosi calcoli su un suo quadernetto. Si scopri poi che stava verificando l’importo della pensione, perché aveva un sospetto, che espresse, quella volta, in sei parole: I me tö per ol cül.

*in memoria