di Ezio Foresti*
Ragione o sentimento? La nostra gente sembra propendere per la prima, almeno a giudicare dai numerosi detti che hanno al centro ol có, che non è solo quello che sta sul collo ma è il simbolo stesso dell’assennatezza che ci contraddistingue.
Il fatto è che siamo cresciuti con l’imperativo categorico di fà i laùr col có, cioè agire in modo ponderato, e non sconsideratamente, come suggerisce l’opposto fà i laùr col cül.
In questa esplorazione dei detti relativi alla testa e al suo contenuto ci facciamo guidare stavolta dal meno noto lessicografo Stefano Zappettini, contemporaneo del Tiraboschi e ragioniere. Un altro principio che tendiamo a seguire alla lettera è fà de mé có, una dichiarazione d’indipendenza, nel giudizio e nell’azione, che a volte ci fa guadagnare l’immeritata fama di persone testarde.
C’è da dire che in alcuni casi, da giovani, anche noi assumiamo comportamenti bizzarri e fuori dalle regole. Ma a una certa età viene sempre il momento di mèt ol có a sègn, e cioè di adeguarsi alle norme del civile convivere.
E dobbiamo farlo con acume e scaltrezza,perché un altro atteggiamento riprovevole è indà là col có n’del sach, inconsapevoli dei pericoli o dei tranelli che la vita ci sottopone quotidianamente.
Quello che non sopportiamo invece si può definire un rompimét de có, una seccatura che spesso deriva dall’incontinenza verbale altrui. Dotati di una buona dose d’orgoglio, non ci piace affatto iga de sbassà zó ‘l có, ovvero doversi piegare a volontà o forze superiori alla nostra.
Il nostro pragmatismo ci ha insegnato anche che, quando abbiamo delle idee peregrine è meglio tösle fò del có, abbandonandole senza rimpianti. La nostra situazione di ogni giorno infine può essere definita come iga de fà fin’a sura ‘l có, presi come siamo da mille occupazioni quotidiane. Forse è per questo che non abbiamo tempo per i sentimécc.
*In memoria