Accoglienza e cura

La collaborazione tra ospedale Papa Giovanni e La Casa di Leo a Montecitorio: «Modello da esportare»

È tra le prime esperienze in Italia di co-progettazione strutturata tra un ente del Servizio sanitario pubblico e un ente del terzo settore

La collaborazione tra ospedale Papa Giovanni e La Casa di Leo a Montecitorio: «Modello da esportare»

La Bergamasca si conferma, in tema di terzo settore e sanità pubblica, una terra di eccellenze e di modelli positivi da esportare. Un’ulteriore conferma in tal senso è arrivata ieri (lunedì 12 gennaio) a Roma: nella sala stampa di Palazzo Montecitorio, infatti, la collaborazione in corso tra l’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo e l’associazione Eos Aps La Casa di Leo è stata presentata come un modello innovativo e unico nel panorama nazionale, capace di integrare in modo strutturato sanità pubblica e accoglienza sociale a sostegno delle famiglie dei bambini con patologie complesse.

Alla conferenza hanno partecipato la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, il direttore generale del Papa Giovanni, Francesco Locati, la presidente del Comitato direttivo de La Casa di Leo, Susanna Berlendis, e la direttrice socio sanitario del Papa Giovanni, Simonetta Cesa.

Visione dall’alto della Casa di Leo ampliata

Un modello da esportare

La collaborazione tra le due realtà è tra i primi casi in Italia di co-programmazione e co-progettazione strutturata tra un ente del Servizio sanitario e una casa di accoglienza pediatrica del terzo settore, finalizzata a garantire una presa in carico integrata, continua e appropriata dei bambini e delle loro famiglie anche dopo la dimissione dall’ospedale.

L’associazione di Treviolo è nata nel 2018 proprio dall’ascolto dei bisogni delle famiglie costrette a lunghi periodi di cura lontano da casa e offre accoglienza e sostegno ai nuclei familiari dei bambini in cura all’ospedale Papa Giovanni. Un’esperienza che, nel tempo, si è evoluta da collaborazione operativa quotidiana a un vero e proprio modello integrato di welfare di prossimità. In tal senso, centrale è il progetto di ampliamento “Leo diventa grande”, concluso l’anno scorso, che ha portato la struttura da 700 a 3.600 metri quadrati, aumentando la capacità di accoglienza da circa 50 a oltre 300 ingressi all’anno. La nuova Casa di Leo dispone oggi di 15 camere di accoglienza, tre appartamenti protetti, spazi ludico-educativi, una palestra riabilitativa e un ambulatorio dedicato a prestazioni infermieristiche e servizi di telemedicina.

Il taglio del nastro dell’ampliamento de La Casa di Leo

La convenzione tra ospedale e Casa di Leo

«La Casa di Leo nasce dall’insegnamento di Leo, mio figlio, che ci ha mostrato come la cura di un bambino fragile non possa limitarsi agli aspetti clinici, ma debba abbracciare anche i genitori, le relazioni e la vita quotidiana – ha commentato Susanna Berlendis -. La co-progettazione con l’ospedale Papa Giovanni rende concreta un’alleanza che unisce competenza sanitaria e accoglienza, permettendo alle famiglie di sentirsi accompagnate anche oltre la dimissione. È un modello di cura che mette davvero al centro le persone, con rigore, prossimità e umanità».

Grazie alla convenzione quadro 2024-2027 tra l’Asst Papa Giovanni XXIII e l’associazione, all’interno della Casa di Leo saranno attivati servizi sanitari gestiti direttamente dal personale dell’Asst: un ambulatorio infermieristico post-dimissione, percorsi riabilitativi personalizzati in continuità con il progetto terapeutico ospedaliero e la presa in carico integrata da parte del servizio sociale ospedaliero, con il supporto della Centrale Operativa Territoriale. Un sistema pensato come “ponte” tra ospedale e domicilio, in grado di ridurre gli accessi impropri in ospedale, migliorare la qualità di vita dei bambini e sostenere concretamente le famiglie nei momenti di maggiore fragilità.

«La cura oltre l’ospedale»

Susanna Berlendis (seconda da destra) all’inaugurazione della nuova cucina de La Casa di Leo

«Questo progetto rappresenta un cambio di paradigma nel modo di intendere la cura – ha dichiarato Francesco Locati -. Con La Casa di Leo abbiamo costruito un’alleanza stabile con un ente del terzo settore che ci consente di estendere il percorso di cura oltre l’ospedale, mettendo davvero al centro il bambino e la sua famiglia. È un modello che unisce appropriatezza clinica, umanizzazione e sostenibilità e che può diventare un riferimento per il sistema sanitario nazionale». Sulla stessa linea Simonetta Cesa: «L’integrazione tra dimensione sanitaria e sociale è la chiave per rispondere ai bisogni complessi dei bambini fragili. La Casa di Leo non è solo un luogo di accoglienza, ma uno spazio di continuità assistenziale, dove servizi sanitari, supporto sociale e prossimità alle famiglie si intrecciano in modo strutturato».

Il modello presentato a Montecitorio pone le basi per un’esperienza replicabile in altri territori, capace di coniugare accoglienza, assistenza sanitaria e sostegno sociale, rafforzando una rete di welfare più vicina alle famiglie e ai bisogni dei piccoli pazienti.