Una vita al Celadina. Da quando aveva 9 anni fino a oggi, che ne ha 37, Manuel Limonta veste con orgoglio la maglia del quartiere di Bergamo. Nonostante le difficoltà e alcuni gravi infortuni, il classe 1989 è ancora lì a guidare la difesa. «La passione è sempre quella di quando ho iniziato e che mi porta tutt’ora a voler giocare».
Il 37enne è il quarto candidato al Pallone d’Oro 2026 Seconda e Terza Categoria di PrimaBergamo, l’iniziativa con cui vogliamo accendere i riflettori sul calcio dilettantistico dei nostri Comuni e premiare non solo i migliori in campo, ma chi sa rappresentare con passione e valori lo sport che amiamo. Ogni settimana troverete una nuova storia sul giornale in edicola, con il coupon da ritagliare e farci avere. Potente anche inviare prova fotografica del voto effettuato inviando una mail a redazione@primabergamo.it oppure un messaggio WhatsApp al 3500282362. Stessi riferimenti per candidare un giocatore, ma in questo caso nella mail o nel messaggio vi chiediamo di indicare nome del giocatore, club e un recapito.

Roccia, anche fuori dal campo
Limonta si occupa di progettazione di impianti elettrici per lo Studio Tecnico Bronzoni. «Siamo in cinque, è un ambiente di lavoro piacevole. Abbiamo fatto lavori importanti, anche per Amazon. Una volta a settimana sono a Cagliari per seguire una direzione lavori. Il mondo lavorativo ti aiuta anche nel calcio. Ti insegna a stare con le persone, anche di età molto diversa dalla tua».
Fuori dal campo, la vita non è stata sempre semplice: nel 2022, l’anno della promozione dalla Terza alla Seconda Categoria con il suo gol nei play-off (che si è persino tatuato), ha divorziato ed è stato costretto a operarsi al menisco: «È stato un anno in cui è successo veramente di tutto». Adesso ha una compagna, Alessandra, un figlio piccolo, Cristian, e un equilibrio faticosamente trovato. «Certi errori li ho già fatti e ne ho pagato le conseguenze, però quando hai le persone giuste vicino riesci a tenere insieme tutto e riesci a stare bene senza rinunciare a ciò che ami».

Veterano e capitano
Dagli Allievi è passato direttamente in prima squadra, in una formazione di veterani. Oggi il veterano è lui e gioca con dei ragazzi che quando lui esordiva erano bambini: «Ora sono il “vecchio” che deve entrare nella testa dei giovani e cercare di aiutarli. Ci vuole pazienza per provare ad avvicinarsi al loro modo di ragionare. Oggi hanno poche figure da cui prendere spunto, quando avevo la loro età ne avevo molte di più. Quindi cerco di essere un esempio».
Da qualche anno porta la fascia da capitano: «Devi tenere l’asticella alta anche quando non è facile. E separare quello che succede fuori dal campo da quando ci si allena o si gioca la domenica. Ai ragazzi cerco di trasmettere la grinta necessaria per affrontare ogni sfida, ma soprattutto la capacità di non abbattersi quando le cose si mettono male».
Il quartiere… dei Randagi
Il Celadina non è solo una squadra. Rappresenta un quartiere di Bergamo, una piazza, una rete di persone che si conoscono da sempre. «Mio papà Pierantonio è nato a Celadina – racconta Manuel con orgoglio -. Se sono qui è grazie a lui». I tifosi sono gli amici di sempre, qualche ex giocatore che non perde una partita. C’è persino uno scambio informale con i Randagi, squadra di amatori Over 40: «Al sabato andiamo noi a vederli, la domenica vengono loro a tifarci».
La società è una delle realtà più radicate di Bergamo e promuove valori di inclusione e formazione attraverso le sue squadre giovanili. In estate ospita uno dei quattro camp della Fundación Real Madrid nella Bergamasca: il Real Madrid Clinic, un programma per ragazzi dai 6 ai 16 anni che segue il metodo del top club spagnolo.
«A rendere questa società speciale sono i legami interpersonali. Merito di persone come il presidente Fabrizio Vismara, perché permette a tutti noi di continuare a giocare, o il nostro tifoso numero uno Guido Pansana, che ci segue persino in tutte le trasferte. In questi anni tutta la gente che ho incontrato mi ha lasciato qualcosa, nel bene e nel male». Specialmente mister Alessandro Moretti. «Uno dei migliori allenatori che io abbia mai avuto. Ha cambiato il mio modo di vedere il calcio. Sono cresciuto giocando sulle palle lunghe, lui ci ha insegnato la costruzione dal basso».
«Voglio continuare a giocare almeno fino ai quarant’anni, costi quel che costi. Ogni volta che scendo in campo ho ancora la stessa passione di quando ero giovane e gioco sempre per dare il cento per cento». Quasi trent’anni nello stesso quartiere, con la stessa maglia. E una fascia da capitano speciale, per ricordare anche chi non c’è più. «Enrico Minotti era il nostro viceallenatore, è venuto a mancare pochi anni fa per un tumore. Gli ho promesso che l’avrei portato sempre con me in campo».