Per tutti, anche coloro che non lo hanno mai incrociato sul campo, Fabio Sonzogni è “il Cap”. Dopo più di trent’anni con il pallone tra i piedi, il difensore classe 1987 e capitano dell’Azzano Calcio ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo al termine di questa stagione.
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Una lettera a mamma
Tutto è partito da un foglio scritto a macchina. «Da piccolo scrissi una lettera a mia mamma in cui chiedevo di portarmi a giocare a calcio, perché era quello che sognavo». Un ricordo che Fabio ha voluto ritrovare proprio quest’anno, come sigillo di un percorso che si chiude.
Cresciuto nelle giovanili dell’Alzano Virescit, allora in Serie B, a diciassette anni approda nel calcio “dei grandi” in Terza Categoria. Durante un match con la maglia della Nembrese, Sonzogni viene notato dall’imprenditore bergamasco Stefano Bergamelli, neo presidente del Pergocrema appena promosso in C2. «Mi ha chiamato a casa sua e mi ha detto che meritavo molto di più».

In pochi mesi Fabio si ritrova catapultato dalla Terza Categoria alla C2. Si allena in prima squadra, con cui debutta in Coppa, ma gioca soprattutto nella Berretti. Le sue prestazioni gli valgono persino la chiamata per uno stage della Nazionale. «Ero un ragazzo semplice, andavo in quinta superiore, dal nulla mi sono ritrovato a dormire a Coverciano. È stato surreale».
Il bivio a 19 anni
Poi arriva il momento della scelta. Il Pergocrema gli propone un prestito alla Verolese, in Serie D, ma Fabio ha già la testa altrove: vuole studiare ingegneria meccanica, costruirsi un futuro diverso. «Ho riflettuto a lungo e mi sono reso conto che non ero così forte da poter rendere il calcio la mia professione».
Ha scelto l’università, e non se ne è mai pentito. «Il calcio faceva parte di quel momento della mia vita e ha continuato fino a oggi. Non ho perso nessun treno. Ho solo scelto una strada diversa». Grazie al suo percorso di studi ha trovato lavoro come tecnico commerciale in un’azienda tedesca: una professione che lo appaga e gli permette di viaggiare per il mondo. «Porto la stessa passione che ho nel calcio anche sul lavoro».
Azzano è diventata casa
Dopo le esperienze con Forza Costanza, Aurora Seriate e Fiorente Grassobbio, è approdato nella società che oggi è l’Azzano Calcio. E non se n’è più andato. «Non ho mai cercato alternative, né ho guardato il rimborso. Ho sempre accettato quello che mi veniva proposto in maniera molto tranquilla». La società lo ha sempre confermato e lui ha ricambiato con assoluta fedeltà al progetto. Nel tempo si è costruito un legame che va ben oltre il calcio: compagni diventati testimoni di nozze, amicizie storiche, rapporti duraturi nati nello spogliatoio. «Mi ricordo i cicli, i periodi, i compagni di quegli anni. Non le partite, non i risultati: sono molto più legato alle persone».

E proprio tramite i suoi amici, quel soprannome di “Cap” è diventato parte integrante della sua vita. «Anche persone che non conosco mi chiamano Cap. L’altra sera, al bar dopo l’allenamento, degli sconosciuti mi hanno salutato così. Erano amici di miei ex compagni. Mi riempie d’orgoglio aver lasciato un bel ricordo di me a tutti loro».
Capitano, fino alla fine
Portare la fascia all’Azzano ha significato essere il collante tra generazioni lontanissime. «C’è una vita di differenza con alcuni di loro, però quello che ci lega è sempre lo stesso: tutti vogliamo vincere la domenica. Quest’anno mi alleno con i 2007, io sono un classe ’87. Non è facile parlare con loro, entrare nel loro mondo. Il ruolo da capitano è anche questo: andare oltre l’apparenza, cercare di capire la persona, cosa c’è dietro».
La notizia del ritiro va metabolizzata. Anche perché ex compagni e vecchie conoscenze, quando lo incontrano, gli chiedono sempre se stia ancora giocando. E quando lui risponde di sì, tutti si illuminano. «Per loro sono ancora quel ragazzo che per primo puliva le scarpe la domenica, o quello che offriva un altro giro di aperitivo post partita». Ma ora ha deciso di smettere: «Voglio prendermi del tempo per godermi la famiglia. È giusto lasciare spazio ai giovani. Mi peserà veramente tanto, ma lo faccio con il sorriso».