Post lockdown

Quanto mancano le tapasciate, anche a quelli che le organizzano

Parliamo di un movimento capace di mettere in moto ogni domenica migliaia di persone in tutta la provincia

Quanto mancano le tapasciate, anche a quelli che le organizzano
28 Settembre 2020 ore 01:07

Di Marco Oldrati

Mancano a molti, a chi le correva soprattutto, ma – per quanto possa sembrare paradossale – anche a chi faceva la fatica di organizzarle. Ci riferiamo alle tapasciate, nome in codice per le manifestazioni podistiche non competitive domenicali. Vi sembra buffo? A noi no, sembra anzi siamo certi che sia del tutto naturale che di un movimento, di una community (come si dice in tempi di internet e social media) capace di mettere in moto ogni domenica migliaia di persone in tutta la provincia si senta la mancanza.

Non che si sia soli, siamo sempre pronti a ritrovarci in gruppi piccoli o piccolissimi, quella decina di persone o meno che si muovono in fila sempre più allungata man mano si snocciolano i chilometri e si affrontano salite, ma ci manca quell’idea divertente e con ricorrenza settimanale delle facce assonnate e degli sbadigli davanti al caffè prima di iniziare a correre, dei ristori dove dissetarsi o mangiare un pezzo di pane e marmellata o anche solo due zollette di zucchero, delle quattro chiacchiere una volta cambiata la maglia fradicia di sudore mangiando un panino con il salame o bevendo un sorso di the e qualche volta anche di vino rosso.

Un happening folkloristico, in cui incontrare le stesse facce alle stesse ore, consapevoli che se si parte presto si incontrano le “vecchie glorie” e se invece si parte tardi (per modo di dire, alle otto e mezzo) si troveranno gli ultimi chilometri in comune fra tutti i percorsi “intasati” di persone che fanno il giro più breve e passeggiano magari con le racchette da nordic walking chiacchierando e costringendo i più veloci a sorpassi sul ciglio dei fossi!

Ma perché non ricomincia tutto questo? Non certo per pigrizia, anzi! La rete di organizzatori-corridori scalpita per ripartire, ma quel che li frena è un punto su cui noi siamo assolutamente d’accordo con loro: al di là del problema formale, cioè la responsabilità di generare uno stimolo agli assembramenti e un’occasione implicita di violazione del social distancing, esiste un innegabile e assolutamente irrisolvibile problema che impedisce di riaprire le corse così come le conoscevamo: il tracciamento.

Se in questo momento un bambino che va a scuola o una persona che va in palestra può essere seguita nei suoi contatti, così come chi si reca in ufficio, ben diversa è la situazione di chi invita persone a correre tutte sullo stesso percorso, trovandosi alla partenza e all’arrivo con sconosciuti di cui non possiamo sapere nulla dal punto di vista delle condizioni sanitarie. Nei ristoranti il tracciamento dovrebbe arrivare a registrare nominativi e numeri di telefono, potete solo immaginare che cosa succederebbe se gli organizzatori di una non competitiva dovessero prender nota di numeri di cellulare di duemila persone?

Arriverà subito qualcuno a dirci: «E le discoteche in Sardegna? Le spiagge a Rimini o a Fregene?». La risposta è una e una sola: se qualcuno commette un reato o un comportamento irresponsabile questo trasforma un reato in un comportamento ammesso o addirittura lecito? No. Quindi ai corridori e agli organizzatori (e a noi stessi) chiediamo pazienza e obbedienza civile. Perché correre deve fare bene alla salute, non il contrario.

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