ALÀ, CÓR!

Tra moglie e marito non mettere… la corsa

Uomini e donne runner lottano per difendere la loro libertà di correre e faticare, spesso in pieno antagonismo con coniugi, compagni, partner

Tra moglie e marito non mettere… la corsa
21 Ottobre 2020 ore 01:05

di Marco Oldrati

Non si tratta di una contrapposizione classica, non è l’uomo che esce a prendere le sigarette e la donna angelo del focolare, la faccenda è molto più complicata. Uomini e donne runner lottano strenuamente per difendere il loro diritto e la loro libertà di correre e faticare, spesso in pieno antagonismo con coniugi, compagni, partner che non capiscono questa loro passione. E da questo nascono veri e propri conflitti, con rivendicazioni, ricatti e faticosi compromessi.

Parlandone con parecchie persone ho avuto la sensazione che si tratti di un tormentone per certi versi paradossale: si tratta di andare a far fatica, soli o in compagnia, ma a far fatica. Non è che i runner maschi vadano a vedere spettacolini o le donne runner si facciano abbordare in discoteca, tutt’altro: ma la quantità di separati, single, delusi dalla vita di coppia o sull’orlo di una crisi di nervi, per non parlare dei potenziali interpreti di un remake della “Guerra dei Roses” (ve li ricordate Kathleen Turner e Michael Douglas?) è davvero consistente, a riprova che il problema esiste e non va sottovalutato.

Partiamo dai più fortunati, che come avete notato dal genere dell’aggettivo siamo noi maschi: di solito le mogli appartengono a tre categorie. La prima è quella delle runner per necessità, accompagnano il marito facendo la metà o un terzo dei chilometri, magari in compagnia di qualche amica; non “rompono” e quindi il marito è salvo e libero di scorrazzare fra i corridoi di Sport Specialist mentre la moglie percorre le gallerie dell’Orio Center! La seconda è dantesca, “non ti curar di lor, ma guarda e stai tranquilla”: non hanno alcun rapporto con la corsa, rivendicano qualche serata libera in cambio di carta bianca sugli allenamenti, sollevano qualche eccezione sulle domeniche, ma lì subentra l’astuzia di alzarsi presto ed essere a casa alle 10 massimo, pronti per una domenica in famiglia. La terza, ahi! “Ma dove vai a correre? Con chi vai a correre? Correte? Non è che fate altro?” e lì il runner la scampa esibendo magliette sudate, nessuna traccia di rossetto e un alito che sa di Gatorade e non di gin tonic.

Ben più complicata la vita delle donne che amano la corsa: la levata di scudi è quella della questione di genere, con annessi e connessi del tipo “la corsa è mia e me la gestisco io!”. Cominciamo dalla questione più semplice, la corsa deve trovare posto fra i figli, la casa, il lavoro e … il marito. Il marito in questi casi è di solito distinguibile in due specie: il primo tipo quello che magari per senso di equità o coda di paglia (esce una volta la settimana a giocare a calcetto o a tennis) è capace di riconoscere la parità dei diritti e “si sbatte” quel minimo per far sì che la famiglia proceda senza pile di piatti nell’acquaio o panni a tonnellate da stirare, ma… pare da un’indagine statistica fatta nelle chat dei gruppi di corsa che questi “santi” siano pochi.

Ben più numerosa la razza “maschio divanato” o ex maschio Alfa, oscillante fra l’abbonamento di Sky per le partite di calcio e i videogame, tendenzialmente diffidente rispetto a ‘sta storia del correre, pronto a rinfacciare le assenze dovute ad allenamenti e quant’altro, poco collaborativo in casa e soprattutto incapace di capire il senso di tanto sbattimento. Il soggetto è pericoloso, perché poi la sua refrattarietà all’argomento lo rende astioso anche nei confronti della socialità che la corsa scatena, una socialità fatta appunto di chat, di appuntamenti, di voglia di ridere e mangiare una pizza insieme, del sano desiderio dei runner di non essere costretti a considerare la corsa come una “vita parallela”.

L’aspetto più anarchico della questione (faccio lo psicologo da quattro soldi, ma ho la sensazione di azzeccarci) è che il “maschio divanato” abbia un problema che la moglie del runner ha risolto e lui invece no: non capisce perché all’angelo del suo focolare (o alla sguattera del suo domicilio, direbbe qualche runner incazzata) piaccia fare tutta quella fatica, in quegli strani orari. Non si abbronza, non cucca, non se la tira come tutte le “mese fighe” rese mitiche dalla canzone del Vava eppure quando torna a casa da una corsa è più felice di quanto non sia lui dopo una vittoria dell’Atalanta! E questo fatto di non spiegarsi tutta ‘sta felicità è irritante, lo infastidisce in un modo vertiginoso, rancoroso e puerile.

La corsa non è un tradimento dei doveri coniugali, anzi, è l’esatto contrario: ogni corridore in cuor suo sa perfettamente che nella corsa non cerca quel che non riceve dalla moglie o dal marito, cerca qualcosa di molto diverso e personale, quasi intimo. Uno spazio che dentro una coppia andrebbe rispettato, concedendolo e apprezzandolo per il valore di esperienza umana che produce.

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