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S'intitola "I misteri della montagna"

L'ultimo libro di Mauro Corona Così bello che ne citiamo dei passi

L'ultimo libro di Mauro Corona Così bello che ne citiamo dei passi
Eventi 29 Luglio 2015 ore 12:48

In copertina, sotto il titolo dell’ultimo libro di Mauro Corona - l’alpinista, scultore e autore trentino - c’è scritto «romanzo», ma è sbagliato e riduttivo definirlo così. Lo dice l’autore stesso: «Con questo libro mi diverto giacché non devo attenermi a trame, tempi, toni o personaggi». Ed è per questo che ci piace particolarmente; è un racconto senza tempo del fascino severo e cristallino della montagna, di qualsiasi montagna. I luoghi raccontanti nella maggior parte dei casi non hanno nomi propri, perché vogliono assurgere allo status di emblemi, simboli generali di quel tipo di ambienti, di quel tipo di vite, avventure, sacrifici ed emozioni. Si legge: «Spesso il Cercatore afferma, e ne è convinto, che di montagna ce n’è una sola, sempre la stessa, sparpagliata in tutta la terra. Miliardi di montagne, una sola montagna, fatta di base e punta. Il resto è fantasia».

Quello di Corona è un magnifico affresco di un mondo che ha le sue caratteristiche uniche, le sue asprezze, le sue storie misteriose, ma anche le sue gioie impareggiabili, le sue leggende favoleggianti. Vi vogliamo riportare qualche passaggio, nella speranza che decidiate di leggere l’intero volume. Magari portandovelo in vacanza per compensare la molle vita da spiaggia con queste storie d’una severità antica, la preziosa durezza che solo chi assaggia la montagna può capire, sapendo che alla fine i doni ricevuti in cambio saranno di inestimabile valore.

 

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Vento

«“Dove nasce il vento?” chiedevano i bambini. […] Il vento saliva dalle spaccature della terra. Era fatto dalle anime dei defunti. Molte di queste anime erano rimaste serene anche dopo la morte, nonostante la vita tribolata. Molte, dannate e senza pace, da vive non erano state contente, ce l’avevano con tutti, niente gli garbava, al minimo sgarro si vendicavano. Anime disperate che avrebbero voluto un corpo e un’esistenza diversi. Un destino migliore. […] Anime invidiose finite assieme alle altre dentro le spaccature della terra. Laggiù, nel purgatorio di roccia, aspettavano. Ogni tanto uscivano fuori, e salivano sulle vette per avvinarsi a Dio. E chiedergli se era il momento di accoglierle in Paradiso. “Non ancora” rispondeva. Allora le anime buone calavano dai monti a vagare un po’ nei luoghi dove erano vissute. Si fermavano nelle radure, a far girare le foglie, ondeggiare le fronde, carezzare i volti, raccontare storie. Anche le anime dannate calavano dai monti. Si buttavano giù arrabbiate più che mai, a sradicare alberi, strappare tegole, far volare cappelli, scompigliare orti, rovesciare ombrelli. E, qualche volta, divellere tetti, e porte». (p. 29)

 

Ruscelli

«I ruscelli seguitavano a cantare. Li conoscevano uno a uno, comprese le voci. Se fosse apparso qualcuno con un registratore a incidere il loro canto e glielo avesse fatto ascoltare, avrebbero indovinato a chi apparteneva. I ruscelli, quando nascono, fabbricano lo strumento, e quello suonano per sempre. Fanno capolino da qualche parte e si mettono a correre. Durante la corsa limano, scavano, vangano, saltano, frugano. Insomma, costruiscono la loro cassa armonica, trafficano finché non hanno creato il solco che accoglierà il loro corpo liquido. Fanno questo, i ruscelli, e anche torrenti e fiumi. Ogni percorso è diverso perciò ogni voce è diversa». (p. 37)

 

Il cuore degli alberi

«Leggendo i cerchi degli anni, si scopre quel che è successo alla pianta lungo la vita. Ma per farlo bisogna tagliarla e quando è tagliata è morta. Questo è il destino degli alberi e degli uomini: per scoprire i loro segreti bisogna che siano morti». (p. 40)

«Il vecchio le scorgeva da lontano. Erano piante ferite, tatuate nel cuore, solitarie e tristi, isolate nelle radure, come a volersi nascondere. Però a nascondersi stentavano, erano quasi sempre alte e solenni. Il male di vivere le aveva uccise, ma, come certi uomini, rimanevano in piedi, testimoni del tempo fiorito, ostentando dignità, e sicurezza nonostante il cuore devastato». (p. 48)

 

Le baite e i loro misteri

«Da giugno a settembre, sui pascoli delle montagne brulicava la vita. Nei boschi e per le valli, giungevano col vento lontani muggiti di mandrie, e suoni di campanacci. E i richiami di mandriani e garzoni le cui grida rotolavano secche e prolungate, come se sputassero sassi. Il mondo della pastorizia, delle transumanze, delle fatiche all’aria aperta faceva sentire le sue voci. Un mondo arcaico e forte ormai scomparso e dimenticato. Ma l’aura di mistero, l’isolamento, la remota magia del tempo sono rimasti impigliati su quei monti, sulle creste affilate che vigilano le baite, sui costoni traforati dal larice, dove pascolavano le vacche in precario equilibrio». (p. 52)

 

Ritrovamenti

«La montagna cambia tutto. Modifica, rinnova, distorce. È una forza misteriosa che resuscita i segreti, li ravviva, li sposta qua e là, come il giocatore sposta i pezzi sulla scacchiera. I pezzi sono gli uomini, che cercano le cose e ascoltano le voci. E poi le perdono, le dimenticano per strada, lungo la vita. La montagna obbliga a mosse mai fatte, convince a scelte drastiche. Possiede un dono raro, insolito tra gli uomini: fa sembrare nuovo il già noto, sconosciuto quello che si è visto per anni, ogni mattina. Questo mistero salva chi non s’arrende. Della montagna non si scoprirà mai tutto il mistero, solo particolari, o dettagli. Perché il segreto sono gli uomini e gli uomini non si svelano mai del tutto. Chi davvero ama la montagna l’affronta con umiltà e pazienza. Sa che verrà ricompensato con doni di albe nuove, sempre diverse, eppure ogni mattina le stesse». (pp. 63-64)

 

Le cime sconosciute

«Nascoste nei luoghi più remoti, difficilmente accessibili, le cime sconosciute sono uno dei più affascinanti misteri della montagna. Qualche volta chiamano ma nessuno le sente. Messe in ombra da montagne alla moda, famose e frequentate, le neglette aspettano nel buio dell’oblio. Integre, belle, solitarie, balzano da boschi vergini e vegetazione intricata. Mai mano d’uomo ha carezzato la loro pelle. E loro sono là che aspettano. Aspettano che succeda. Toccarle per la prima volta è un’emozione difficile da raccontare. Avvicinarsi senza alcuna certezza di percorso, brancolare a casaccio due, tre, quattro giorni, a volte settimane per tornare collezionando vette di fallimento. Insistere. […] Ma come arrivarci? Non solo la montagna è piena di segreti, in questo caso è un segreto lei stessa. E allora avanti a cercarla». (p. 86)

 

Spostamenti

«Uno dei tanti misteri della montagna è quello di spostare cose, confondere immagini, mutare paesaggi. Lo fa a ogni stagione, ma d’inverno lo si nota di più. D’inverno si stenta a orientarsi anche là dove ci si è mossi per una vita. Il paesaggio sembra rimpicciolirsi, stringersi nel gelo, ficcarsi dentro la terra. La neve lo copre nascondendo dettagli e particolari. Le lontananze aumentano, perdono fisionomia, svaniscono. Il conosciuto diventa estraneo, quasi un mondo nuovo da scoprire, come se fosse appena balzato all’aperto. Il silenzio regna solenne sul mondo congelato». (p. 116)

 

Sentieri

«I sentieri, che di solito calpestiamo senza farci caso, sono un’infinità di cose. Serpenti di memorie, scrigni di ricordi, tracce di anime passate finite chissà dove, voci. A ogni metro balzano come cavallette segni che rammentano qualcosa. I sentieri sono concimati dalle ombre di chi vi è passato, conditi dal sudore che cadeva goccia a goccia. Il suono dei passi è rimasto sul fondo, intrappolato fra polvere, pietrisco e terra. Certe notti saltano fuori tutti insieme, i passi, e si sente come un rombo, un galoppo di cavalli che gira per le montagne». (p. 125)

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