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Cocktail stories, sour e dintorni Il sapore di due grandi classici

Cocktail stories, sour e dintorni Il sapore di due grandi classici
10 Ottobre 2015 ore 12:10

La categoria dei sour è una delle più antiche nella storia dei cocktail, e forse, azzardando un po’, si potrebbe dire che è proprio da qui che ha fatto i primi passi l’arte di miscelare, che nel Novecento secolo ha creato miti e icone. I sour si basano su un equilibrio molto semplice, basilare, ma che basta a se stesso. Una parte dolce, che solitamente è data dallo sciroppo di zucchero, una parte più aspra, data da succo di limone o lime, che serve a bilanciare la dolcezza del primo elemento, e poi, chiaramente, un distillato che sia il diapason gustativo capace di reggere e dare senso alla nostra miscela.

 

Whisky sour

whisky sour foto devid rotasperti (1)whisky sour foto devid rotasperti (6)

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Tra i sour più antichi che si conoscano nella storia scritta dei cocktail, c’è sicuramente il whisky sour. Addirittura se ne parla già nel 1870, in un giornale locale, e di lì a poco comincia diventare una voce fissa nei ricettari.

Nel caso specifico del nostro cocktail, tradizionalmente si usa il bourbon, che altro non è se non una tipologia specifica prodotta unicamente negli Stati Uniti e in maggior parte nel Kentucky (dove esiste proprio la contea Bourbon). La sua particolarità sta nel fatto che, diversamente dal classico distillato scozzese o irlandese, la ricetta deve comprendere almeno il 51 percento di mais, anche se solitamente si arriva a percentuali ben superiori.

 

Vodka sour

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Ovviamente data la semplice struttura trina, zucchero-lime-distillato, l’ultimo elemento può essere variato a piacere dando vita, a seconda dei gusti e delle abitudini, a drink sempre diversi, seppur accomunati dalla stessa piacevolezza e da un discreto potere dissetante. La vodka è certamente un sostituto valido e diffusissimo ma anche il pisco, distillato di vino bianco di origine peruviana, risulta particolarmente apprezzato e, spinto dalla renaissance sudamericana, è sempre più consueto tra le mani dei frequentatori degli american bar più di classe.

 

C’è un gesto però, volutamente lasciato per ultimo, perché è il più bello soprattutto fondamentale. Un ingrediente che mai ci sogneremmo di trovare nel nostro after dinner e che, senza dubbio, per l’osservatore attento, rivela la sua lunga storia. Un pizzico, un dash in gergo, di albume d’uovo che, shakerato insieme a tutto il resto, ammorbidisce tutti i sapori legandoli e smussando tutte le spigolature. Impensabile, ma il suo ruolo è fondamentale. Proprio in quell’uovo rotto, rigorosamente con una sola mano, in un gesto rapido ed elegante, sta il fascino di questo cocktail ancestrale.

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