Una serie di perle divertenti

Dieci domande da non fare mai a una commessa (parola sua)

Dieci domande da non fare mai a una commessa (parola sua)
24 Ottobre 2016 ore 04:00

Vorrei oggi fare una panoramica sulle domande più improbabili che vengono rivolte alle cassiere o agli addetti dei vari negozi della grande distribuzione. Sono sicura che tutti noi, essendo clienti in qualche momento della nostra vita, abbiamo elaborato domande intelligentissime di tal guisa. Dev’essere lo smarrimento dovuto all’abbondanza di merci, o una sorta di agorafobia latente da grande magazzino. Non posso riportarle tutte, alcune sono ovvietà specifiche di un determinato settore, quindi abbiamo operato una lunga e accurata selezione, per trovare quelle più comuni che sicuramente sono state rivolte almeno una volta a tutti i dipendenti di qualche negozio. È che a volte l’abisso della mente umana si spalanca oltrepassate le porte di un centro commerciale, per donarci le seguenti perle.

Prima domanda. (La più comune e la mia preferita) «Siete aperti?», chiedono entrando nel negozio dove tu stai tra gli scaffali spostando cose ed evitando altri clienti. No signora, siamo chiusi ma hanno lasciato le porte spalancate per la Banda Bassotti e io sono lo spirito del negozio.

 

 

Seconda domanda. «Siete aperti domani?», lo domandano quando vengono in cassa a pagare. Questo tipo di cliente io vorrei prenderlo per la mano e farlo sedere vicino a me, e poi mellifluamente confidargli che sì, siamo aperti domani, dato che non chiudiamo nemmeno a Natale, Pasqua, Capodanno e il giorno dopo l’Apocalisse. E che comunque, anche se domani dovesse improvvisamente intervenire Zeus a folgorarci il motorino della porta scorrevole, lui è qui adesso. ADESSO. Perché quindi non comprare subito quello che pensa di acquistare domani?

Terza domanda. «Siete chiusi?», dicono infilandosi sotto la saracinesca abbassata a mezza altezza, con contorsioni che farebbero gioire i loro fisioterapisti. Tu, che non li avevi neanche visti, hai ovviamente appena pulito il pavimento e stavi per andartene a casa. Ma loro proseguono imperterriti e ripetono la domanda: «Siete chiusi?». No signora, questo è il nuovo negozio per gnomi, non ha letto l’insegna con il castoro e le fatine? Lei ha appena oltrepassato la linea magica che proibisce agli esseri alti più di un metro e venti di entrare qui, e ora sono costretta a smaterializzarla. PUF.

 

 

Quarta domanda. «Ma questo è scontato?», domandano candidamente in periodo di saldi, dove la parola SCONTO e SALDI è scritta persino sulla retina delle commesse. No, amatissimo e rispettato avventore del nostro negozio, questi cartelli rossi e gialli con percentuali e segno meno li abbiamo messi per folklore. È la sagra della sottrazione, vedi? E questo cartellino di cartoncino sulla maglietta che stai provando è per partecipare alla gara podistica.

Quinta domanda. «Ma sa che c’è un negozio come il vostro a Brescia/Milano/Roma…?», con entusiasmo. Ma dai? Ma pensa, non abbiamo l’esclusiva sulle catene internazionali. Ci sono negozi uguali dappertutto sul pianeta! Ma sa che questo fenomeno strano deve avere un nome, aspetta, si chiama, si chiama… ah già, globalizzazione.

 

 

Sesta domanda. «Non mi può fare un buon prezzo, visto che ho preso tante cose?», con fare da frequentatore esperto di suk. Io per loro, i nostalgici della bottega, provo quasi pena. Come spiegargli che io in questo negozio non ho giurisdizione nemmeno sulla posizione del cestino della carta? Figuriamoci sul prezzo.

Settima domanda. Io commessa: «Sono 14 euro e 90». Cliente: «Ho solo il 20, vuoi l’euro?». Cala un momento di silenzio. Cerco di afferrare i suoi procedimenti logici, ma con umiltà prendo atto che ci sono cose che non si possono capire e dico semplicemente: «No grazie faccio io». «Aspetta, vuoi due euro?». Silenzio. Caro cliente, se la sua è una mancia di cortesia allora grazie molte per aver capito la mia condizione di disagio. In caso contrario, come posso spiegarle adesso in un minuto e trenta ciò che le sue insegnanti di matematica non hanno saputo inculcarle in anni faticosi di scuola dell’obbligo? Perciò, quando una commessa dice no, accettalo. Fallo per lei, fallo per la tua dignità.

 

 

Ottava domanda. «Scusi, lei lavora qui?», dicono fermandoti mentre barcolli sudata trasportando scatoloni. No assolutamente, è che io nel mio tempo libero amo sistemare i negozi e travestirmi da commessa. È una specie di perversione, cosa ci vuole fare, amo il brivido del cliente imprevedibile.

Nona domanda. «Dove si paga?». Questa domanda mi spiazza ogni volta, anche perché di solito me la rivolgono a due metri dalla cassa. Provi a vedere se riesce a inserire le banconote nell’asciugatore del bagno e butti le monetine nello sciacquone, ma attenzione, non danno resto. Ci scusiamo per il disagio.

Decima domanda. «Ma state chiudendo?», dicono con faccia smarrita dopo quattro annunci, quando le luci cominciando a spegnersi e nel negozio siete rimasti solo tu, lui e i cumuli di sporco che stai cercando di domare. A questo punto io mi guardo attorno, cercando di capire da dove provenga il suo stupore. No, non stiamo chiudendo, ma lei è il cliente prescelto per provare una nuova esperienza di shopping sensoriale. Le piacerà vedrà, non potrà più farne a meno. Al buio, da solo, senza possibilità di uscire e soprattutto senza di me, che a quest ’ora ho proprio bisogno di andarmene a casa.

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